#yabartist: Roberta Montaruli

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se fossi più alta_1 china e acrilici su carta velina  75×103

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se fossi più alta_2 china e acrilici su carta velina  70×55

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se fossi più alta_3 china e acrilici su carta velina   55×43

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se fossi più alta_5 china e acrilici su carta velina   72X100

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Camminare nel centro storico di una città , passeggiare tra le vie di qualche quartiere o semplicemente fare gli stessi passi ogni giorno per recarsi al lavoro o verso un’abituale destinazione e poi fermarsi; alzare lo sguardo verso la percezione visiva che supera la linea orizzontale degli occhi e scoprire un mondo.

Quante volte abbiamo provato a fare questo semplice esercizio e quante volte  ci siamo stupiti di ciò che abbiamo visto per la prima volta.

Anche il palazzo che ogni giorno ci segue mesto, uguale a se stesso come sembra esserlo a noi, assume una luce nuova.

Colori, particolari architettonici, grigi imprevisti e segni del tempo, si aprono alla nostra nuova visuale.

Se gli occhi lasciano la strada quotidiana per elevarsi ad una percezione insolita, ci regalano sfumature diverse, angoli che non avevamo mai visto, novità struggenti di un tempo che passa, davanti a noi, senza accorgersene.

E si apre una riflessione nuova; è come se il racconto della città che fino a quel momento abbiamo contribuito a scrivere nell’inesorabile quotidiana ritualità, rompesse lo schema narrativo per introdurre personaggi e storie diverse.

Ogni spazio urbano cambia e rimane identico ogni giorno che passa.

Cambia nella progressiva mutazione vitale che il tempo consuma; cambiano le voci, le gambe che lo attraversano, i suoni che lo animano.

Cambiano le lingue e i pensieri che lo vivono.

E resta identico; nella impercettibile mutazione di uno spazio urbano, di un quartiere e di una città intera, i nostri occhi si adeguano al presente ogni giorno, lasciando a qualche fotografia la testimonianza di una decadenza fisica o strutturale, per nasconderla nella memoria di ognuno, dimenticandola o semplicemente rimuovendola.

Roberta Montaruli vorrebbe essere più alta.

E da questa ambizione, che la porta a cambiare lo sguardo sulle cose che la circondano, fa emergere un mondo nuovo ma immutato, un racconto di spazi e luoghi che dalla concretezza del suo sguardo, diventano racconto collettivo.

La città che Roberta vede e ritrae, diventa la città di ognuno di noi, i luoghi che dal quotidiano proviamo a idealizzare, nel bene e nel male, in una dimensione sognante o semplicemente diversa.

Le città di Roberta sono quasi impercettibili, sembrano svanire sul foglio disegnato, sembrano collocate in una dimensione senza tempo.

Forse sono i suoi occhi che cambiano, per tradurre in segni semplici la complessità del reale, le mille articolazioni di un vissuto, di palazzi, mura, strade che ci circondano.

Occhi che immaginano una realtà diversa ma che non possono fare a meno di registrare ciò che vedono, consegnandolo all’intimità del nostro sguardo.

Se fosse più alta Roberta vedrebbe ciò che ha già disegnato: perché il suo è un racconto che si colora di infanzia ma si consuma nel presente, diverso e identico ogni volta.

La delicatezza di Roberta non è soltanto nella sua mano leggera ma nella capacità di accompagnarci con semplicità al di fuori di ciò che ci circonda ricordandoci che ci siamo dentro, comunque.

E allora guardare le sue opere diventa un parlare con noi stessi, per provare magari a superare le diverse insoddisfazioni che ci accompagnano e collocare lo sguardo su un’altra prospettiva.

Tutti vorremmo essere un po’ più alti.

Andrea Zanetti

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#yabartist: Lorena Huertas

Originaria di Bogotà, dopo una formazione artistica tra Parigi e Carrara, Lorena Huertas approda alla scultura mantenendo una poetica originale che traduce anche sulla pietra.

La città, le connessioni urbane e storiche, l’intreccio di storie che si fanno mappe geografiche a simboleggiare i passaggi infiniti dell’uomo e delle sue infinite identità, sono le caratteristiche del lavoro di Lorena.

La città diventa elemento per studiare la storia dei luoghi ma, ancor di più, per esaltarne le piccole storie individuali; la città come rifugio ma anche come utopia, ricerca continua della perfezione che tra le linee geometriche di una mappa o di un marmo disegnato sembra essere un moto continuo di speranza o di ricerca di sicurezza.

Lorena lavora il marmo alternando rigore e sogno; disegna ed incolla su mappe recuperate, di Bogotà o di qualche cava di marmo, per trasferire la sua ricerca nelle linee e nei colori che usa, per spingerci ad immaginare, prima ancora che a guardare.

La ricerca di identità, non necessariamente perduta, per fondare le basi di un nuovo senso di appartenenza, per una sfida individuale che diventa collettiva, comunità.

“..il senso di appartenenza ad un luogo e alle sue radici permette di costruire una realtà e di avere uno spazio assolutamente finito” (L. Huertas).

Identità e senso di appartenenza, radici e spazio finito: questo suggerisce il lavoro di Lorena, spingendoci a guardare dietro di noi, nelle storie che ci hanno accompagnato e plasmato ma anche davanti a noi, in ciò che decideremo di costruire. Domani.

 Andrea Zanetti 

New way, posca (pennarello) su mappa, 98×78

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The city part V, white marble, 20x9x9

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Roba vecchia, collage su carta, 143×89

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Storia di città, white marble-acrylic, 120x32x32

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Scapes, yellow marble, 40x36x12

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Ritratto

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#yabartist: Matteo Cattabriga

Yoruba ci segnala Matteo Cattabriga, (Ferrara 1980).

Il desiderio di confrontarsi con diversi linguaggi espressivi – procedere che accomuna un nutrito numero di artisti di oggi come di ieri – pare non essere confacente al dettato del giovane ferrarese Matteo Cattabriga che, per contro, risulta votato ad un unico amore: quello per la fotografia. Una passione che lo colpisce in età adolescenziale e che da allora non lo ha più abbandonato. Una passione diventata oggi, a tutti gli effetti, professione.

La dedizione per il confronto diretto con il reale accompagna da sempre Cattabriga che, dal 2005, è fotografo freelance, specializzato soprattutto in reportage e fotogiornalismo, operativo, in questo senso, anche al di fuori dei confini del nostro paese. I suoi sono principalmente scatti di cronaca, di attualità, registrazioni che bloccano in un attimo fuggente che diventa eterno, immagini di vita vissuta. Vanta, a tutt’oggi, numerose retrospettive, sia personali che collettive, molte delle quali incentrate su tematiche sociali militanti nell’ambito della street-culture, senza dimenticare che svariati suoi soggetti spaziano anche nell’ambito della ritrattistica.

L’intreccio che lega, a filo doppio, l’arte e la tecnica trova in Cattabriga un significativo interprete: dietro alle immagini di cronaca, a lui tanto care, egli è in grado di cogliere le più disparate emozioni vitali, spesso celate dal velo opacizzante del quotidiano. Il tutto per mezzo di una tecnica  fotografica altamente specializzata che, negli anni, cerca via via di affinare, partecipando nel 2009, fra gli altri, al workshop Reportage fotografico: dal progetto alla realizzazione, organizzato dall’agenzia fotogiornalistica Contrasto di Roma.

Riscontri positivi al suo lavoro vengono già dal 2007, anno in cui è vincitore del Primo Premio Photo Contest Freestyle. Nel 2012 è tra i dodici fotografi selezionati dagli archivi della rete nazionale GAIAssociazione Circuito Giovani Artisti Italiani, per il progetto Citizenship. La Giovane Fotografia Italiana#01 racconta la cittadinanza a cura di Daniele De Luigi, per il Festival della Fotografia Europea di Reggio Emilia. Nel 2013 è selezionato per la corrente edizione della Biennale dei Giovani Artisti dell’Europa e del Mediterraneo.

Attualmente collabora con diverse riviste del settore, sia italiane che estere, ed è attivo nella organizzazione di workshop di fotografia.

Vive e lavora a Ferrara.

Linda Gezzi

#1 southeast Anatolia

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#3 southeast anatoliaImage

 

ritratto

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Quello che non ti aspetti dove non te lo aspetti: il Farm cultural park di Favara

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Basterebbe guardare le foto del loro profilo facebook per rendersi conto del clima e dell’entusiasmo che animano questo meraviglioso progetto: la “Farm cultural Park” di Favara.

Basterebbe immedesimarsi nei profumi di questa Sicilia, che spesso si accomunano ai luoghi comuni dell’incuria e della conservazione che genera immobilismo, per respirare il sapore del presente che scalpita, anche in luoghi impensabili o semplicemente lontani dalla normale percezione.

Questa Sicilia, iconografia contemporanea di una comunità che diventa di nuovo luogo, con una sua identità e una sua declinazione del futuro; una Sicilia che abbandona i confini geografici dell’Italia e del mondo e diventa simbolo virtuale, e virale, di nuove relazioni urbane, in una scommessa che cancella le storie ammuffite degli ultimi anni e diventa laboratorio pulsante di idee, parole, suoni e colori.

La Farm cultural Park è un centro turistico e culturale contemporaneo; un po’ galleria d’arte, un po’ concept store e luogo di residenza per artisti; centro di sperimentazione e proposta per giovani talenti.

E’ un po’ di tutto questo senza essere fino in fondo niente di tutto questo.

E’ la capacita, e il coraggio, di un privato che decide di scommettere sul presente prima ancora di provare a pianificare il futuro; un siciliano che ama la sua terra e la storia della sua famiglia e che decide, con curiosità e genialità, di scommettere sul destino di un luogo per consegnargli una nuova identità.  

Sceglie l’affascinante degrado di un centro storico, quello di Favara appunto, e da li ristruttura non solo uno splendido edificio ma le relazioni che attorno a quell’edificio si creano.

Scommette, e vince, sull’arte contemporanea come motore di sviluppo e di costruzione di comunità; arte sociale?

Arte, punto!

Quella che anima l’estro di tanti giovani ma che spesso non trova le condizioni per esprimersi; quella che interagisce con i muri di una strada prima ancora che con le pareti di qualche galleria.

L’arte che parla, si interroga e , quasi sempre, sorride; consapevole del ruolo di stimolo e critica che le appartiene ma anche legata al tempo che vive; il tempo di una contemporaneità diffidente che spinge all’isolamento e alle solitudini degli individui e che necessita di una rigenerazione.

Questo progetto, assieme ad altri esempi che negli ultimi anni si stanno affermando, è proprio la sintesi perfetta della rigenerazione: un luogo, un edificio o un quartiere che attraverso le dinamiche dell’arte mette in gioco la sua memoria e la sua identità per costruirne una nuova, che fonda le radice sulle relazioni, siano esse raffigurate da un’opera d’arte o dalla parola.

Un progetto che diventa simbolo: l’intuizione e la voglia di un privato che si trasforma in progetto pubblico e ricostruzione sociale.

In una parola: politica!

Un progetto che regala fiducia, fuori dalla retorica di qualche conferenza in tempo di crisi ma totalmente dentro la carne, i colori e i profumi della sua gente; di quella che abita il quartiere, di quella che lo visita o lo trasforma con qualche installazione artistica e di quella che semplicemente lo immagina.

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www.farm-culturalpark.com

 

Andrea Zanetti