Gli occhi di Enrica

pizzicori3
Enrica Pizzicori ha occhi vivi; di quelli nei quali ti puoi perdere mentre l’ascolti raccontare del suo lavoro, delle sue idee, dei suoi sogni.
Sono occhi di cui c’è bisogno.
Mentre parla e si racconta, puoi tranquillamente perdere il senso del tempo per farti trasportare nell’immaginazione reale che trasmette; puoi farti contagiare dalla forza del suo delicato entusiasmo.
Ha la capacità che solo gli artisti riescono ad avere: quella di colorare ogni parola, anche la più banale, con la forza dell’immaginazione, con il perdersi dietro una suggestione od evocando un ricordo.
La capacità di dipingere immagini con le parole, scavando nella sensibilità che le appartiene e spingendo gli altri a trovarla la propria sensibilità.
Enrica evoca immagini, continuamente; il movimento dei suoi occhi mentre parla è contagioso, quasi alienante.
E’ come se il sottofondo dei suoi racconti aprisse le porte dei ricordi per invitarci a guardarci dentro, con leggerezza e profondità.
pizzicori2
Il suo è un lavoro delicato.
Disegni, quadri e illustrazioni si alternano nella magia dei racconti che ci regala.
Fate, giocolieri, fantasia sognante di un mondo che non esiste; sogno concreto di un mondo che vorremmo, anche nella nostra piccola quotidianità.
E amore; struggente, malinconico, vivo nella sua drammatica rappresentazione della semplicità del reale.
Gli innamorati di Enrica prendono forma oltre i segni del suo pennello, oltre i tenui colori che li rappresentano.
Vivono nell’immagine che ognuno di noi ha dentro, quella della felicità assoluta che soltanto poche volte l’amore riesce a regalare ma anche quella del dramma, anche questo assoluto, dell’abbandono e della perdita.
Sono gli innamorati che ognuno di noi è stato, nella pulsione continua della ricerca della felicità o della consapevolezza di averla trovata.
Gli innamorati che ballano una musica che hanno dentro, che cantano le note dello stupore, che non contengono la forza del sorriso.
Gli innamorati che piangono tutte le lacrime che hanno quando soffrono, chiudendo il mondo fuori di loro per affogare nella malinconia che solo l’amore fa vivere e nel ricordo, quello dolce, immenso, totale che soltanto il sentimento riesce a creare.
Enrica trasmette tutta l’energia che ha attraverso segni che richiamano la gestualità infantile ma li fa vivere di sentimento e di ricordi mai sopiti.
Enrica trasmette l’empatia delle emozioni.
pizzicori1
E’ facile perdersi dentro le opere di Enrica: è facile perché toccano le corde più vive della nostra emotività.
Ci ritroviamo improvvisamente in una dimensione da fiaba, circondati da colori od immagini che ci sembrano facili da gestire ma che toccano le corde vive dell’emotività e dei sentimenti; ci proiettano in una dimensione senza tempo e senza steccati.
Libero sfogo alla fantasia recondita dentro ognuno di noi, libero sfogo ai sogni e perché no, libero sfogo ai sentimenti.
Quegli innamorati sono li a ricordarci con tutta la loro forza struggente quanto ogni momento vada vissuto con piena intensità; quanto ogni momento sia unico e irripetibile.
Il resto è ricordo; intenso, intimo e personale.
Infinito.

Andrea Zanetti

Advertisements

Community?

philly

Mary Cinque

L’esercizio di alzare lo sguardo camminando per strada è quello che ci porta a vedere particolari spesso sconosciuti, anche quando attraversiamo lo stesso luogo tutti i giorni.

Alzare la visuale dello sguardo è un modo per “vestire di nuovo” l’ambiente che ci circonda, per permetterci di astrarre la nostra comune vista, abituata alla consuetudine dei luoghi o dei volti che incontriamo, per farla raggiungere un particolare diverso, nuovo, che ci sorprende nella sua statica ma rinnovata presenza.

Non è un caso che alcuni psicologi o terapeuti consiglino di camminare per strada facendo questo esercizio; per sganciare la vista , e il pensiero, dalla pancia dei nostri grovigli e connettersi con la parte razionale, con quella del pensiero logico.

D’altra parte quando pensiamo siamo soliti alzare lo sguardo e indirizzare gli occhi verso una punto immaginario che non stiamo veramente guardando ma che rappresenta l’approdo ideale del pensiero che stiamo formulando.

Gli occhi bassi guardano il grigio dell’asfalto e ci connettono col pensiero non logico, quello emozionale, travagliato o angosciato che sia.

montaruli2

Roberta Montaruli

Ma il guardare in alto è anche la necessità di uscire dal contesto quotidiano che ci appartiene, fosse anche solo per un attimo, e dall’ambiente abituale che frequentiamo; è un modo per relazionarci con una dimensione “altra”, che spinge lo sguardo, e forse la nostra emotività, verso un oltre temporaneo ma che ci lascia il sapore del sogno.

Le città, i quartieri, le nostre strade sono i luoghi che raccolgono minuto dopo minuto le pulsioni interiori e continue delle tante solitudini che le attraversano; sono il contenitore inconsapevole dell’emotività che si fa dramma o allegria, che scioglie in un attimo le speranze o che ne genera di nuove.

E le città sono luoghi vivi, non solo perché attraversate da occhi, mani e gambe, ma perché mutevoli nella loro stanca percezione di staticità.

Cambiano i colori e le voci che le animano, cambiano le funzioni dei luoghi, che adattano la loro vocazione alla presenza di pensieri e sensibilità diverse.

Le piazze, simbolo naturale dell’incontro e dello scambio, diventano le icone del cambiamento, mutando la tradizionale mescolanza di voci che si raccontano nella  gestualità tecnologica di una mano che comanda un touch screen.

La piazza come luogo della comunità, diventa essa stessa ospite di un’altra comunità, quella virtuale.

E’ come se la necessità di scambio di idee, pensieri o semplicemente di qualche “buongiorno”, si fosse trasferita sullo schermo di un pc, seduta sulla stessa panchina che un tempo viveva di voce o silenzio.

prima

Lorena Huertas

La solitudine che attraversa trasversalmente la nostra società, sembra risolversi nella necessità di comunicare social, di sentirsi comunque e per necessità parte di un gruppo, di accendersi smisuratamente nelle discussioni virtuali, con la facilità di scrivere o esprimere un’idea nascosti da  uno schermo qualsiasi, enfatizzando positività e negatività.

Ed è la stessa solitudine che ci porta a non riconoscere i luoghi  che attraversiamo o che viviamo giorno per giorno; la solitudine di volersi  sentire parte di qualcosa ma allo stesso  tempo di non avere la voglia o la curiosità di scambiare un saluto o una parola sul pianerottolo di casa o davanti all’ingresso della nostra panetteria.

La comunità che perde il senso del suo essere per acquistarne uno nuovo?

Sicuramente l’accesso alle comunicazioni e alla tecnologia ha aspetti positivi, infatti non è questo il punto.

Il punto è quello di riappropriarsi dei luoghi urbani che frequentiamo, anche con il supporto della tecnologia, per valutarne i mutamenti e le nuove necessità.

Per affrontare il tema dello sviluppo urbanistico o della conservazione di un centro storico con la piena consapevolezza che soltanto le voci vere e le idee non mediate da uno schermo possono fare la differenza.

Gli spazi urbani che tornano comunità vera, rinnovando la storia della propria identità per costruirne una nuova, contemporanea.

Gli spazi urbani che comunicano,  che raccontano ciò che sono stati e ciò che saranno, attraverso le voci dei suoi protagonisti e il confronto dei suoi abitanti; la comunità che torna luogo di scambio, e in alcuni casi anche di conflitto, ma che trova tutta la forza delle idee per immaginare un futuro che lascerà nel ricordo pensieri prima ancora che una traccia su qualche computer.

Proviamo ad alzare lo sguardo, fosso solo per apprezzare un particolare che avevamo dimenticato o per agganciare la nostra parte razionale al sogno.

Le comunità sono fatte di colori e di voci, di sorrisi e di lacrime; a volte, anche di sfumature.

Proviamo a riconoscerle.

Di nuovo.

Andrea Zanetti

Biancaneve si racconta

Disney-Princess-Guns-Street-Art-Herr-Nilsson-2
Da qualche mese le strade di Stoccolma ospitano i murales dello street art Herr Nilsson.
Le immagini raffigurate sono veramente quello che non ti aspetti: principesse e personaggi della Disney in genere che assumono un atteggiamento e una identificazione fuori dagli schemi dell’iconografia ordinaria, fuori dagli stereotipi.
In effetti vedere Biancaneve che aspetta un ignaro passante impugnando con la leggiadria classica della principessa un revolver, rompe uno schema.
Ci suscita immediata ilarità non tanto perché ci fa sorridere la vista di una pistola in una scena che lascia immaginare un epilogo non certo allegro, quanto perché la principessa che abbiamo sempre visto, letto e riletto, è quanto di più lontano nel nostro schema mentale da quello che stiamo vedendo.
Rileggendo più volte in età adulta la storia di Biancaneve, ad esempio, c’è stato un momento nel quale mi sono chiesto: “Ma dopo una notte nel bosco nella quale ha rischiato di morire o come minimo perdersi e dopo aver trovato rifugio in una casa isolata di sette perfetti sconosciuti perché mai Biancaneve si mette immediatamente a rassettare la casa? E perché mai dovrebbe cantare e ballare felice con gli animaletti del bosco mentre lava pile di piatti e accumula sacchi di polvere?”.

Disney-Princess-Guns-Street-Art-Herr-Nilsson-1
Herr Nilsson scardina l’immagine stereotipata della principessa carina, dolce, affabile e in attesa del bacio del principe che possa consegnarla alla libertà, per collocarla in una dimensione che dal sogno stereotipato passa alla realtà.
Certo, una realtà volutamente esagerata ed ironica ma che è fatta anche di uomini e donne con la pistola che ci aspettano dietro l’angolo.
Una realtà che lascia poco spazio all’immaginazione sognante giocando con l’immaginazione stessa.
Questi murales sono qualcosa di più di un gesto pittorico sul muro di una città; sono il tentativo di ricondurci ad una visione oggettiva o quanto meno consapevole.
Sono la percezione nascosta di ciò che non vediamo o che non riusciamo a vedere; il tentativo di spingerci ad una riflessione, con i colori ed un sorriso di amara ironia.
L’arte contemporanea deve spingere alla riflessione, invitare a leggere una realtà diversa con gli strumenti e la forza che soltanto l’arte può avere.
Gli artisti devono provare a raccontare il mondo; di più, devono provare a scrivere un nuovo racconto.
Ecco, il racconto.
Quello che si sedimenta dentro di noi attraverso verità che pensiamo tali ma sulle quali non abbiamo mai posto domande.
Il racconto che si è costruito di immagini e storie che non abbiamo mai messo in discussione, per stanchezza o semplicemente perché le priorità sono sempre altre.
Allora il racconto di un’altra storia ci deve affascinare.
E come le suggestioni di Herr Nilsson, il progetto di Barbara Imbergamo, Cuntala, prova a rompere lo schema, a regalarci una visione nuova.
Cuntala (“raccontala”, in siciliano) è il progetto di giochi per bambini fuori dagli stereotipi di genere.
Giochi dove esistono persone in carne ed ossa che fanno cose, lavorano, si divertono o si arrabbiano, vivono prima ancora di essere maschi o femmine e senza bisogno di essere principi azzurri o principesse adoranti in attesa del bacio.
Cuntala è un racconto nuovo, che parte dall’infanzia per arrivare all’età adulta e tornare indietro.
Per offrire una visione del mondo non sedimentata ma che permetta di guardare con occhi rigenerati.
Barbara ha scommesso sulla sua sensibilità per affrontare un progetto finalizzato a produrre giochi non stereotipati e lo ha fatto chiedendo una condivisione pubblica: ha attivato un crowdfunding e ha fatto diventare la sua idea un racconto collettivo, comunitario, di quelli all’interno del quale è bello esserci.
Per poter dire, almeno una volta: “In questo racconto c’è anche la mia voce”.
E chissà se un domani la Biancaneve di Herr Nilsson non possa diventare una nuova favola.
Magari senza revolver e senza titolo nobiliare.

Andrea Zanetti