“Me la sdoppi?”. Il ritorno della musicassetta.

stefano simeone

Stefano Simeone

“Me la sdoppi?”.

Dalle mie parti si diceva così quando si voleva che un amico ma anche un banale conoscente di scuola, ci registrasse dall’originale una cassetta musicale del nostro cantante o gruppo preferito del momento.

La cassetta!

Quel contenitore meraviglioso che nella rigidità plastica della sua confezione nascondeva il nastro che ci faceva sognare; le passioni musicali che avremmo coltivato in futuro ma anche quelle sbandate passeggere che duravano il tempo di una cotta al mare.

La cassetta!

Un oggetto ormai vintage ma che continua ad avere il suo fascino; quanti di noi ne hanno ancora sparse per casa o, come quelli più precisi, in qualche libreria, catalogate tra “originali”, “sdoppiate”, “gruppi”, “singoli” e  quelle “nascoste”, quelle di cui ci vergogniamo senza disfarcene ma da non far vedere ma soprattutto ascoltare a nessuno, figuriamoci ai figli.

Ho ancora impresso nella mente il ricordo tragico di quando una cassetta mi rimase impigliata dentro lo stereo la prima volta!

La precisione chirurgica nell’estrarre il nastro dall’infernale marchingegno rotante ma , soprattutto, il riavvolgimento del nastro nella cassetta con una penna Bic, meriterebbero una menzione accademica; per me, per noi, ancor di più per le penne Bic, simbolo immortale della sopravvivenza alle mode ma anche di totale asservimento alle stesse.

E il ricordo di un regalo dell’adolescenza: lo stereo con due entrate per le cassette; per registrale, per sdoppiarle.

Era l’aggeggio che più di altri ci avvicinava al mondo dei dj e in quella fase ai non ancora noti pirati informatici; la possibilità di duplicare dall’originale le canzoni della nostra vita, lasciando spazio alla libera fantasia nel decorare le copertine delle cassette vergini, nell’immortalare con tutta la tenera poesia dell’adolescenza le pulsioni e gli ormoni della crescita.

massimo pasca

Massimo Pasca

Certo, anche per questo ci piace il progetto This Is Not a Love Song (TINALS)!

Nata dalla creatività della New Monkey Press Record e da To Lose La Trak e presentata all’ultima edizione di Lucca Comics, questa idea punta a riprodurre le cassette con una lettura contemporanea.

Il formato e la confezione è quella che conosciamo dagli anni 80 ma il contenuto è decisamente diverso e se vogliamo assolutamente intrigante.

Le cassette di TINALS, infatti, sono di carta; recano il titolo di una canzone, d’amore s’intende, e lo sviluppo della musica è affidato alle mani di illustratori e fumettisti.

Di artisti.

L’idea di raccogliere classici e non solo della musica contemporanea attraverso le diverse declinazioni che la musica ha fatto dell’amore e di affidare alla creatività degli artisti l’interpretazione di quella musica, per farcela vedere oltre che ascoltare, è semplicemente straordinaria.

TINALS ha la forza di farci tornare indietro nel tempo e questo esercizio, lo sappiamo, apre inevitabilmente alla dolce malinconia dei ricordi ma anche di proiettarci all’oggi, facendoci confrontare con modalità espressive contemporanee come quelle dell’illustrazione e del fumetto.

Un progetto che tocca le corde vive del tempo che passa; che utilizza un’icona felice come la cassetta per affidarle un nuova vita, una nuova funzione attraverso la creatività degli artisti.

gianluca costantini

Gianluca Costantini

E poi, la scelta di canzoni d’amore.

Luo Reed, i Velvet Underground, i Radiohead , David Bowie e molti altri sono la playlist affidata agli artisti per interpretare l’amore.

Per provare a fondere assieme le emozioni che nel tempo le canzoni ci hanno regalato, con i colori e la forza delle immagini contemporanee.

Per interpretare in modo diverso la forza evocativa della musica ma anche per suggerire nuove emozioni; quelle della poetica visiva, dei colori e delle immagini.

Perché alla fine l’amore bisogna ascoltarlo ma anche leggerlo; possibilmente viverlo.

Allora, andate in quella libreria; tirate fuori le cassette di un tempo e, se ne avete la possibilità, ascoltatele.

Poi rilassatevi sulla poltrona e dopo aver smaltito la malinconia delle immagini che vi sono venute alla mente, leggete una cassetta d’artista.

Solo in quel momento, tra ricordo e presente, potrete dire veramente: “Mi sono sdoppiato” .

Andrea Zanetti

chiara fazi

Chiara Fazi

p.s. le immagini sono solo alcune delle interpretazioni che gli artisti hanno fatto delle canzoni.

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C’era una volta…una favola contemporanea

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Beatrice Alemagna

C’era una volta un paese

Uno di quelli piccoli e tranquilli nei quali tutti si conoscono, condividendo ansie, invidie e piccole felicità.

Un paese come tanti; non troppo annoiato da cercare vie di fuga e nello stesso tempo orgoglioso del proprio respiro provinciale.

Un paese dei tanti campanili italiani, con le sue chiese, le tradizioni gastronomiche e i suoi paesaggi da cartolina.

Stepan Zafrel arriva in quel paese da profugo.

E’ scappato dalla Cecoslovacchia intorno alla fine degli anni ’50 per fuggire da un incubo o forse, meglio ancora, per inseguire un sogno diverso e dopo alcuni soggiorni instabili si insedia a Sarmede, il nostro paese.

Zafrel è un artista.

Uno di quelli che ha la sensibilità creativa dentro e forse potrebbe trovare qualsiasi mezzo espressivo per esprimerla ma sceglie l’illustrazione e il disegno.

Dopo gli studi all’Accademia  di Roma, alla facoltà di pittura e qualche esperienza professionale tra Monaco e Londra, diventa cittadino di Sarmede, appunto.

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Marco Paschetta

La sua energia creativa, abbinata al fascino mai sopito del personaggio di un altro mondo, spinge da subito la comunità ad accoglierlo nel migliore dei modi.

Ad accoglierne la forza creativa e ad aiutarlo ad esprimerla al meglio, facendo di tutto per creare il giusto clima di condivisione e comprensione.

Zafrel è magnetico, anche nel silenzio, e pervade quel paese con la sua immaginazione, con la forza dei suoi colori, con l’energia dei suoi delicati racconti.

Occupa il paese con pensieri che diventano segni colorati e si animano di personaggi fiabeschi che rimangono impressi; sui  muri delle case, nelle stanze grigie della burocrazia di qualche ufficio, nei bar e ristoranti.

Le storie illustrate di Zafrel e dei suoi amici artisti diventano patrimonio condiviso, forse nella giusta consapevolezza degli abitanti che anche l’arte può essere momento di unione, oltre che di bellezza, e può cambiare o addolcire la percezione dei luoghi.

Può disegnare una storia nuova; può colorare un’identità collettiva, cambiandone l’umore.

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Mattias De Leeuw

Nasce, dopo poco, l’idea di una Mostra Internazionale dell’illustrazione che chiami a raccolta in quel paese  gli illustratori del mondo, invitandoli a fare di quel paese il palcoscenico unico e irripetibile di una favola contemporanea.

Una mostra che diventi luogo di confronto creativo e di approfondimento didattico sull’illustrazione contemporanea; una mostra dedicata al mondo dell’infanzia, anche a quello che ogni adulto si porta dentro.

E la mostra, in corso proprio in questi giorni, diventa un appuntamento di primo piano per tutti gli “addetti ai lavori” e non solo.

Diventa, forse, il momento più alto di evasione, nel quale le voci dei bambini si mescolano alle immagini degli artisti; dove la quotidiana impazienza degli adulti trova un momento di sospensione, per lasciarsi trasportare dalle immagini fantastiche degli artisti stessi.

Una favola contemporanea, da vivere nel presente.

E Sarmede diventa spazio senza confini; diventa luogo di immaginazione reale nel quale ritrovarsi, diventa un sogno ad occhi aperti.

Se le favole che ci hanno raccontato o quelle che noi abbiamo letto per qualcuno potessero avere una loro collocazione fisica, Sarmede forse sarebbe il posto giusto.

Il posto che ognuno di noi cerca anche quando la realtà lo spinge a non crederci più alle favole

Gli spazi di fantasia, da adulti, sono un lusso che spesso non vogliamo assecondare ma quando ci capita l’occasione facciamo di tutto per viverlo.

Forse per sentirsi ancora un po’ bambini oppure, semplicemente, per potersi sentire liberi di pensare, immaginare e, in alcuni casi, vivere un sogno.

C’era una volta una favola.. io vorrei viverla adesso.

Andrea Zanetti

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 Enrica Pizzicori

p.s. le immagini fanno riferimento ad artisti invitati negli anni alla Mostra Internazionale dell’Illustrazione.

Please do touch! L’armonia di Francesca Bernardini

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Please do touch!

Questo era il titolo di una fiera dell’arte che si è svolta a Londra qualche mese fa e che, ribaltando il consueto ammonimento a non toccare le opere d’arte, fondava tutto il suo progetto sull’esperienza tattile, invitando i visitatori a creare una relazione fisica con le opere in mostra.

In effetti capita spesso di imbattersi in opere d’arte, sculture o istallazioni, che oltre l’ immediato riscontro visivo è come se ci invitassero ad approfondire la nostra percezione creando un contatto vero; accarezzandone la superficie, respirandone il profumo o l’addensarsi della polvere.

E’ l’opera stessa che dalla staticità della sua espressione si avvicina a noi, per farci cogliere meglio e di più la sua essenza, per farci provare una dimensione diretta che dall’emozione impalpabile della vista passa a quella fisica del tatto; con il freddo o il calore che ha dentro.

Il materiale è sicuramente importante e quando abbiamo a che fare con il marmo, questa magia a volte accade.

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Nella freddezza naturale della pietra, si nasconde un racconto.

Ci sono le montagne dell’escavazione, simbolo straordinario della forza della natura; ci sono le mani e le voci dei cavatori, l’intuizione dell’artista nel scegliere il blocco giusto.

Ci sono i drammi e le fortune di una comunità; il sacrificio e le gioie di una gente.

Nella freddezza della pietra c’è la poetica degli scultori; di quei pochi coraggiosi che affrontano la materia per piegarla, con dolcezza creativa, alla loro idea, facendola diventare immortale, in una tensione continua tra passato e presente.

Una sfida perenne che si gioca tra l’intuizione creativa e la sapienza delle mani.

E che passa attraverso la pietra, nella capacità di modellare un pensiero.

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Francesca Bernardini nasce e lavora all’interno di questo racconto.

Carrarese doc, sceglie la scultura come mezzo espressivo; sceglie il marmo come sfida continua verso la ricerca dell’armonia e della bellezza.

Sceglie di lavorarlo il marmo, come contraddizione continua tra la delicatezza della sua poetica e la potenza del gesto; quel continuo “cavare” che spinge alle forme essenziali, a ricordare la purezza della pietra da un lato e la durezza di quella conquista.

La fragilità di quella forza.

Francesca ci porta dentro questa fragilità.

E lo fa con la semplicità degli animi sensibili.

Le sue sono opere che fluttuano nel tempo, richiamando alla  mente le simbologie della nascita, della crescita e della tensione continua verso l’equilibrio.

Le forme che Francesca modella sono simbolo di armonia; ma è un armonia inquieta, alla continua ricerca di qualcosa di più.

Ci sono i ricordi, i nidi accoglienti che evocano casa e ritorno; la luce che traspare da una fessura, delicatamente alla ricerca di un’uscita o di un punto di approdo.

Ci sono le linee morbide che escono dalla semplicità del loro messaggio per diventare ricerca: partenza e arrivo.

Anche questo riesce a fare il marmo: ad uscire dalla freddezza della sua statica funzione, industriale o artigianale che sia, per diventare calda armonia; per invitarci a guardarlo con occhi diversi o a toccarlo per coglierne i significati reconditi.

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Francesca cerca Bellezza, nelle forme, nell’espressività dei sui significati; nella delicatezza della sua forma poetica.

Tocchiamole le opere di Francesca.

Per cogliere il suo racconto ma anche per sentirci più vicini alla Bellezza che cerchiamo;

la nostra, quella unica e irripetibile che ci portiamo dentro o che dobbiamo ancora trovare.

Please do touch!

Andrea Zanetti

Nu-shu. Parole e silenzio

chiara lera

Chiara Lera

Una mostra è quasi sempre un luogo intimo.
Una dimensione oltre le voci e gli sguardi di chi la frequenta; oltre la naturale propensione al dialogo del vernissage e le dovute strette di mano delle pubbliche relazioni.
E’ uno spazio di intimità soprattutto quando le opere ci incontrano, quando riescono a destare una sensazione, non necessariamente di piacere, e ci trovano impreparati all’accoglienza.
Una mostra è un luogo pubblico che diventa privato; è una dimensione con uno spazio definito da cornici o muri di contenimento che diventa spazio aperto, dentro e fuori di noi.
Una mostra, a volte, è solo silenzio.
Fuori da ogni facile retorica, le opere che vediamo in una mostra e il contesto nel quale le vediamo, generano un silenzio che ha bisogno di intimità; è come se ci richiamassero ad una dimensione interiore che scava alla ricerca di qualcosa.
A volte affiorano ricordi, altre volte suggestioni o spunti per un’idea che stiamo accarezzando.
In molti casi generano stupore, quello che soltanto la bellezza percepita riesce a darci; in altri invidia, per non averci pensato prima noi a quella traccia di colore sulla tela o al grigio intenso di una fotografia.
Non è esagerato affermare che una mostra crea sempre una dimensione “altra” che ci porta a trovare parole fino a quel momento nascoste nel silenzio.

sofia rondelli

Sofia Rondelli

Il silenzio e le parole; meglio, le parole che nascono nel silenzio.
Un ossimoro poetico che ha molto di vero quando riusciamo ad accostarci alla nostra idea di bellezza, di piacere o semplicemente di gusto, che evoca immagini personali.
Nu-shu, il linguaggio inventato dalle donne del popolo Yao dopo la conquista cinese del XVII secolo, è la sintesi perfetta di questo ossimoro: parole che nascono dal silenzio.
Costrette dalle regole di una società totalmente maschilista e relegate ad una vita di accudimento, cura e silenzio appunto, come nella tradizionale e stereotipata visione dei regimi maschili, le donne Yao elaborarono un linguaggio segreto e sconosciuto dagli uomini, tramandandolo per secoli, da madre in figlia, da voce in voce, senza che alcuno potesse decifrarne simboli e significati.
Un linguaggio cantato nelle “riunioni” in cucina o negli spazi dedicati al cucito, che ha rappresentato qualcosa di più di una difesa di genere.
Il Nu-shu è diventato appartenenza, comunità, condivisone.
Forza.
Un segreto condiviso che diventa linguaggio comune nel quale riconoscersi, la costruzione di un mondo privato, aperto e chiuso nello stesso tempo; la forza delle parole che si alimentano giorno dopo giorno e si tramandano nel silenzio, segretamente.

sarah binotto

Sarah Binotto

Il fascino di questa storia e di tutte le donne Yao sta proprio in questo: nell’ aver contribuito a costruire un universo parallelo nel quale costruire un’identità e, prima ancora della straordinaria attualità di una vera battaglia di genere, nell’aver creato un mondo con regole e codici veri, attorno al silenzio.
La forza delle parole che si nascondono dietro ad un segreto e la forza del canto e dei segni ricamati sulla stoffa per tramandare quella lingua, sono il simbolo attuale di una dimensione nascosta che può diventare realtà.
Diventano esempio di contemporaneità.
La forza creativa delle donne Yao, con la lungimiranza della loro battaglia ma anche con la straordinaria semplicità del loro atto, diventano storia e modernità.
Parole e silenzio, custodite da un segreto, che diventato comunità, ragione di essere, senso di appartenenza.
E questo fascino è tutto presente nella mostra “Nu-shu” alla galleria Europa di Lido di Camaiore.
Guidate dalla sensibilità di Valeria Pardini, le artiste Chiara Lera, Sofia Rondelli, Claudia Leporatti, Sarah Binotto, Marilena Manzella e Sam Punzina, mettono in scena parole e silenzio.
In un alternarsi di stili e capacità espressive, la mostra riesce a regalare il fascino della storia delle donne Yao; riesce a regalarci le parole che vorremmo dire.
Riesce a sussurrarci segreti che non conosciamo, a farci perdere il senso del tempo; semplicemente riesce a stupirci, con la grazia che soltanto l’intimità del silenzio è in grado di dare.
Tra i quadri, i colori e le sculture di questa mostra affiora la visione della contemporaneità con le straordinarie differenze che si porta dentro, come il canto delle donne Yao: un insieme di voci singole che diventa linguaggio.
E ci piace pensare che anche oggi, nella bulimia comunicativa che ci pervade, un gruppo di donne, di uomini, di individui, sia in grado di recuperare dal silenzio parole nuove, per scrivere assieme un modo diverso di sentirsi parte di qualcosa.
Per ricostruire un’identità individuale che diventa gruppo e comunità.
Mi raccomando, in silenzio!
E’ un segreto.

Andrea Zanetti

sam punzina

Sam Punzina

p.s. la mostra è visitabile fino al 17 novembre presso la galleria Europa a Lido di Camaiore.
Le foto allegate al post non riproducono le opere in mostra.