L’arte contemporanea partecipa?

 

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Si può pensare all’arte contemporanea come un mezzo per entrare in relazione con il territorio e per creare nuove relazioni?

L’arte che diventa parte attiva della e per la comunità, che indaga il contemporaneo con la forza del pensiero espressivo e che ne diventa parte integrante contribuendo a scrivere il racconto del quotidiano e ad esaltarne le peculiarità.

L’arte che si fa azione e pensiero politico depurandosi da schemi passatisti per ripartire dalla strada; per leggere le dinamiche contemporanee delle comunità, dei quartieri, delle identità storiche offuscate dalla falsa bulimia  di conoscenza del presente.

L’arte che prova a farci vedere ciò che già esiste ma con colori ed interpretazioni diverse; per nobilitare nella forma e nella sostanza le mille storie che ci passano sotto lo sguardo ma delle quali non cogliamo il respiro vitale.

Sono diverse le iniziative che a vario titolo si occupano di questi argomenti; diversi i progetti che stanno ripartendo dai territori per riscrivere un pezzo della storia contemporanea dei territori stessi; iniziative che entrano in relazione con il paesaggio e le sue dinamiche per modificarne la percezione o, semplicemente, per esaltarne i dettagli che fanno la differenza.

Il progetto GAP (galleria d’arte partecipata) risponde a molte di queste premesse.

Un cantiere in movimento che nella terra del Salento prova a sfidare il territorio attraverso interventi artistici partecipati che richiedono il coinvolgimento attivo delle donne e degli uomini che vivono  quei territori, che provano a costruire relazioni nuove per migliorare o banalmente osservare con occhi diversi ciò che li circonda.

Una serie di laboratori che si snodano in un area geografica e temporale molto dilatata, fanno di GAP uno di quegli esempi da seguire con attenzione; non si tratta di andare a vedere una mostra o di sfogliare il catalogo di qualche esposizione personale, bensì di entrare nelle dinamiche relazionali che questi laboratori artistici creano sui territori.

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Un laboratorio di canto corale che recupera le tracce sonore cantate dalle contadine, un progetto di design sostenibile svolto all’interno di un carcere maschile, un laboratorio aperto ad artisti provenienti da diverse situazioni di fragilità e molte altre iniziative caratterizzano il progetto GAP.

“Arte capace di abitare i luoghi e le sue comunità, per condurre un processo che abbia in sé una visionaria energia trasformatrice, che prenda in carico la molteplicità dei significati ma anche l’imponderabilità data da letture e analisi del non visibile.

Un gruppo di sognatori, artisti, sociologi, architetti, contadini, esuli e prigionieri, portatori di fragilità s’incontrano compenetrando ambiti di ricerca, ibridazioni di linguaggi, nel sostegno e nella solidarietà, per generare azioni creative che sappiano fecondare il reale”  (Francesca Marconi curatrice del progetto GAP).

L’arte, quindi, che prova a farsi carico della diversità dei significati del contemporaneo e che prova a far emergere il non visibile o quello che distrattamente non cogliamo sufficientemente.

Anche a Prato è in corso un’iniziativa che parte dalle stesse premesse.

wang e maria

Facewall vuole davvero far vedere ciò che già c’è ma che si vede ancora poco.

E lo fa con una modalità coinvolgente ed originale.

Storie di coppie di nazionalità diversa che hanno una relazione amorosa, lavorativa o d’amicizia, ritratte in fotografie che sono diventate bandiere da appendere alle finestre di casa.

Un modo per raccontare un pezzo del quotidiano che ci accade davvero ogni giorno, per esaltare scambi e relazioni che più di altre rappresentano il nuovo modello di comunità e dare a queste storie una dignità artistica attraverso le foto e l’esposizione delle bandiere.

Chiunque può ritirare gratuitamente la bandiera con la storia che preferisce ed appenderla al balcone, alla finestra, nel cortile del proprio condominio; un simbolo concreto di una testimonianza reale, un momento per fermare attraverso l’immagine un pezzo di presente che stiamo vivendo senza, però, coglierne il significato vero.

sara e liu shan

Nuove relazioni, nuove comunità, nuovi scambi e, certo, anche nuove problematiche.

Ma un modo per affrontarle, forse,  è quello di conoscere la profondità del contemporaneo e di coglierne le diverse sfumature.

Conoscere quello che conosciamo ma di cui non ne cogliamo l’importanza.

L’arte contemporanea può aiutare nello sviluppare una cultura consapevole e partecipe dell’oggi.

E i colori, una fotografia, un libro possono sempre aiutarci a sognare, comunque.

Volendo, anche lontani dalla realtà.

Andrea Zanetti

michael hamza

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Uno scatto per cambiare il mondo

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Uno scatto per cambiare il mondo.

La fotografia come strumento espressivo per raccontare le storie quotidiane che ci passano sotto gli occhi; quelle marginali, nascoste dietro l’opacità dello sguardo.

La fotografia come mezzo per riconoscere la realtà che ci circonda e per riconoscersi, stupendosi della forza nascosta di quei racconti.

Da un blog che si occupava di fotografia sociale, nasce Shoot4change.

Una piattaforma libera e aperta nella quale raccontare le storie delle nostre comunità attraverso il linguaggio fotografico; un network per appassionati di fotografia ma forse, ancor di più, per narratori contemporanei; per tutti i curiosi del mondo, quelli che provano a scovare nella quotidiana sfida della vita le storie che appassionano o che stanno ai margini, quelle del riscatto sociale, della dignità nella sofferenza.

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Le storie che abbiamo sotto gli occhi, nella contraddizione continua tra facilità di accesso alle informazioni e l’impossibilità o la non voglia di approfondirle.

Shoot4change è il racconto in presa diretta delle storie che fanno la differenza: non sono storie da copertina di qualche settimanale o da prima pagina di cronaca ma sono le storie che profumano o puzzano di contemporaneità.

Sono storie in bianco e nero che nascondono i colori della vita, anche quando la sofferenza e il disagio li fanno tender al nero o al grigio, che sono comunque colori.

Sono storie singole che si animano dietro gli scatti di qualche fotografo e che diventano, tutte assieme, un racconto collettivo.

Le storie individuali che diventano gruppo, comunità, senso di appartenenza.

Uno scatto, forse, non può cambiare il mondo ma tanti scatti, tutti assieme, possono almeno contribuire a farcelo vedere in maniera diversa; a farci perdere qualche minuto dentro la poetica delle fotografie per ritrovarsi nei propri pensieri, interrogandosi sui nostri comportamenti o sulla nostra visione delle cose.

E poi capire che altri hanno fatto lo stesso processo e riconoscersi.

Assieme.

E assieme ritrovarsi.

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Shhot4change è anche un luogo fisico, La casa dei Raccontastorie, dove le fotografie diventano realtà, fatta di parole e sguardi che si incrociano; fatta di emozioni che si consumano sulla pelle, nell’incontro fisico delle diverse umanità, differenze e personalità.

La realtà contemporanea, con tutte le sfumature dei colori che si porta dentro.

La forza di Shoot4chenge è proprio questa: il tentativo di ricostruire il senso di comunità utilizzando la narrazione fotografica e le suggestioni delle immagini, esaltando la singola umanità di quelle immagini.

Un modo per far venire allo scoperto le emozioni, i disagi o semplicemente gli angoli nascosti di umanità, facendo emergere le immagini che abbiamo sotto gli occhi ma che non vediamo.

Allora ogni singola foto, ogni singolo scatto, diventano un pezzo del racconto collettivo.

Chi scatta la foto e chi ne apprezza la profondità cromatica, scavando dentro i colori, contribuisce a questa narrazione.

Che è il racconto dell’oggi.

Uno scatto per cambiare il mondo e tanti occhi e per riconoscerlo quel mondo.

Per contribuire, scatto dopo scatto e occhio dopo occhio, a scrivere i nuovi racconti della contemporaneità.

Andrea Zanetti