#community_1: la mostra sulla comunità. A pop_up castelfranco, dal 21 al 23 marzo

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Ci sono luoghi che animano i ricordi, altri che evocano notizie negative; altri ancora che richiamano alla mente un’immagine o un profumo che non riusciamo a codificar

Ci sono luoghi che sorridono di malinconia e ci portano indietro nel tempo, anche solo di qualche giorno, e ci lasciano navigare nella sensazione fluttuante di ciò che è stato e di quello che non è.

Ci suono luoghi a cui riconosciamo una funzione, strade che identifichiamo come percorsi obbligati di amene quotidianità oppure traiettorie casuali di esperienze uniche, che ci fanno alzare gli occhi al cielo, per agganciare l’immagine di quella traiettoria e del suo epilogo.

Ci sono quartieri che profumano della nostra infanzia, con le voci graffianti e dolci di qualche vicino che intima di calciare il pallone da un’altra parte; piazze che si animano di persone che tra un passaggio e l’altro sorridono, salutano o ironizzano su qualcuno o qualcosa.

Frasi di commento alle notizie quotidiane in cerca di un confronto, che sia più l’occasione di vicinanza che di supremazia della propria opinione.

Ci sono luoghi che sembrano centri storici; che solo dalla definizione acquistano la polvere dell’antico o il fascino del passato senza avere nulla della solennità della storia.

Ci sono luoghi che si mescolano con i corpi di chi gli attraversa e che definiscono un’identità, unica e riconosciuta.

Spazi urbani che sono comunità, condivisione di strade, marciapiedi, mura; empatia.

Il riconoscersi, anche nelle diversità.

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Roberta Montaruli

Ci sono comunità che diventano luoghi, che creano la funzione dello spazio urbano e che gli danno un’anima e un respiro.

Quel respiro in grado di alimentare giorno dopo giorno, strada su strada, la condivisione di uno spazio come momento del riconoscersi e del confrontarsi.

Un esercizio involontario che nello stillicidio quotidiano del vivere uno spazio e nel riempire un luogo, crea le condizioni dello stare assieme, anche quelle conflittuali; le porta in piazza, le riconosce, non le condivide ma le vuole nel suo spazio, perché fanno parte dell’insieme dei principi dell’identità collettiva.

Ci sono luoghi in bianco e nero, come le cartoline di un tempo, quelle che ci avvicinavano col pensiero a qualcuno lontano, mentre si contavano i giorni che ci separavano da quel contatto di carta dopo averlo imbucato nella cassetta delle lettere.

E ci sono luoghi che non ci sono più.

O meglio, ci sono, come le cartoline in mostra davanti a qualche edicola, consunte dal sole o dal freddo e completamente scollegate dalla realtà circostante.

Fa sorridere vederle cosi; oggetti che hanno perso totalmente la loro funzione per diventare reliquia contemporanea nel giro di pochi anni ma che continuano ad esporsi alla vista distratta di qualche passante.

Il rito dell’ avvicinarsi all’espositore, scegliere la cartolina, decidere la frase da accompagnare ai saluti o alle dichiarazioni più o meno amorose, oggi è un rito più vintage che antico.

Fa parte di quei gesti che sono usciti dalle abitudini comuni, a beneficio della velocità con cui oggi possiamo comunicare un saluto, senza il rischio che il nostro messaggio si possa perdere tra le distrazioni di qualche portalettere.

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Daniela Marchetti

Quindi anche i luoghi, meglio, gli spazi urbani, sono reliquia contemporanea come le cartoline?

Anche i luoghi sono diventati vintage o vittime delle nostalgie di chi non riesce a stare al passo coi tempi?

Forse se dovessimo pensare al tipo di comunicazione o di “socialità” che abbiamo oggi, la risposta non potrebbe che essere affermativa.

Luoghi che hanno perso una parte della loro funzione, quella della naturale aggregazione sociale e della capacità di riconoscersi, a beneficio della necessaria tecnologia che ha rivoluzionato la comunicazione e i tempi delle relazioni sociali.

La comunità che non è più comunità per e nei luoghi che vive ma comunità globale e quindi senza confini.

Una comunità che nella facilità di accedere ad informazioni e comunicazioni è in grado di sviluppare reti di relazioni a distanza di km; in grado di confrontarsi nel mondo e col mondo su qualsiasi argomento, usando la tecnologia come strumento di approfondimento e conoscenza.

E la strada, la piazza diventano virtuali.

Si crea una comunità nuova, non rinnovata: la community, la piazza dove incontrare opinioni, fare amicizia, confrontarsi sulla politica o su qualche ricetta.

La piazza che diventa luogo dove le idee si autoalimentano, grazie alla possibilità di migliaia di opinioni e che fa sentire ognuno parte di un qualcosa, di un gruppo o di una condivisione particolare.

In tanti, tantissimi, animiamo la piazza virtuale; esponiamo le nostre verità o semplicemente i nostri gusti alla condivisione o al giudizio degli altri.

Ci confrontiamo, nella capacità che soltanto la tecnologia riesce a darci: quella di assumere anche l’esasperazione dei toni, positivi o negativi, che magari non appartengono alla nostra sensibilità ma che in certi momenti sembra ci facciano sentire meglio.

Ci fanno sentire parte di un gruppo  vasto e con la possibilità di esprimersi senza il pericolo che un vicino di casa apra la finestra per dirci di abbassare la voce.

La community che si crea e si autodistrugge in un click ma che è in grado di riprodursi in un attimo, con un altro click.

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Emiliano Barattini

Lo stesso click che ha portato alcuni vicini di casa di un quartiere di Bologna ad incontrarsi su un social network.

Un gruppo di cittadini, che abita nella stessa strada o addirittura nello stesso pianerottolo, si è incontrato su facebook e ha scoperto che avevano molte cose da dirsi reciprocamente, meglio avevano molte cose da condividere.

Una su tutte: il loro quartiere.

Dal fascino della globalità del social e dalla facilità con cui si scambiavano i saluti attraverso un computer o un telefonino, hanno deciso di incontrarsi per dar vita alla prima esperienza italiana di social street.

Si sono visti, hanno parlato, hanno ascoltato le loro voci, probabilmente si sono resi anche conto di non essere così amici come facebook certificava ma hanno capito che potevano “fare comunità”.

Potevano ricostruire, anche grazie alla tecnologia, un’identità al loro quartiere, partendo dalle idee e dalle mani dei loro stessi cittadini.

Potevano banalmente riconoscersi nell’idea di una comunità che si ritrova grazie alla community.

Forse la sintesi della riflessione vera sulla parola comunità, sta proprio in questa storia: una storia che lega lo sviluppo necessario e positivo delle comunicazioni e della tecnologia, con la necessità di ritrovare i luoghi dello scambio fisico, del confronto verbale, dello scontro delle emozioni e della pelle.

I luoghi che sappiano utilizzare la contemporaneità per ritrovare lo spirito dello scambio di idee attraverso le parole e la fatica della mediazione dei conflitti; luoghi che parlino le voci dei cittadini e che esaltino le diversità dell’oggi, per costruire un’identità nuova.

Spazi urbani in grado di ospitare e riconoscere un insieme di differenze e non una moltitudine di solitudini.

La mostra #community_1 prova a offrire uno spazio di riflessione su tutto questo: artisti diversi per linguaggio e provenienza, escono dalla loro individualità espressiva per provare a creare un unico racconto.

Tra le forme, i colori, l’ironia o la malinconia di queste opere, si prova a cogliere il respiro della contemporaneità.

Si cerca di fare comunità, mescolando le voci dei singoli artisti non solo dentro un unico spazio fisico ma possibilmente dentro un’unica visione; con la straordinaria leggerezza che l’arte contemporanea si porta dentro, si provano ad immaginare luoghi, strade e voci.

Si costruisce una social street che diventa sintesi delle contraddizioni della contemporaneità: il continuo fluttuare tra locale e globale, tra storia e presente, tra gruppo e solitudine.

Tra velocità e attesa.

La mostra cerca di identificare almeno una parte di queste riflessioni, lasciando a noi la possibilità di ridefinire le forme della comunità e le funzioni degli spazi urbani.

Altrimenti, non resta che avvicinarsi a un’edicola qualsiasi, scegliere una cartolina e…scriversi.

 Andrea Zanetti  

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 Stefano Siani

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Pop_Up? A Castelfranco di Sotto!

 

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Abbiamo ospitato qualche mese fa sulle pagine di questo blog la storia di Emmelie Koster.

La gallerista che gira il mondo per scovare giovani artisti e sprazzi di creatività organizzando mostre all’interno di edifici dismessi, di fondi commerciali in disuso, di luoghi privi di identità e funzione.

La gallerista che attraverso l’arte e le sua pop-up gallery regala a quei luoghi una nuova vita, dona allo sguardo una percezione diversa, allontanandolo dall’abitudine consunta di identificare quei luoghi vittime dell’abbandono o della crisi economica.

L’arte contemporanea come veicolo di un messaggio di speranza, come riflettore acceso non solo sui colori e le forme delle opere in mostra ma anche sulle mura che la ospitano, lasciando al pubblico la sensazione di un nuovo inizio e proiettando l’immagine del luogo nella scelta fantasiosa di una identità da ricostruire.

Creatività, arte contemporanea, identità, futuro: queste sono le parole che caratterizzano anche l’iniziativa Pop_Up Castelfranco, nel comune di Castelfranco di Sotto, in provincia di Pisa.

Nell’ambito di una riflessione urbanistica più ampia che coinvolge tutto il Comune, l’Amministrazione Comunale di Castelfranco ha deciso di approfondire il tema del centro storico.

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Kaiziehl

Gli anni della crisi economica hanno mutato le condizioni di sviluppo e vivibilità del centro storico stesso, proiettandolo in un progressivo declino di identità e di trasformazione sociale, come molti centri storici italiani.

Attività commerciali che hanno chiuso dopo anni di lavoro lasciando spazio a fondi con cartelli “affittasi”, deprimenti e anche poco convincenti; difficoltà a recuperare la normalità dell’aggregazione tipica delle piazze dei centri storici, con le voci, i saluti, le discussioni ed in molti casi i sorrisi di qualche anno fa.

Una crisi non solo economica ma anche di valori condivisi; una crisi che taglia le gambe alle speranze delle idee più giovani costringendole a sacrificarsi lontano da casa o, ancora peggio, a macerare nella disillusione quotidiana, che diventa silenzio, angoscia, rabbia.

Castelfranco ci prova!

Meglio, ci scommette sul centro storico.

Chiama a raccolta tutti i proprietari dei fondi sfitti, ne raccoglie le disponibilità a mettere in uso il proprio fondo per tre giorni di fine marzo e pubblica un bando dove chiede idee culturali e imprenditoriali che vogliano farsi conoscere nei tre giorni dell’iniziativa.

Al bando, con la sorpresa che capita sempre quando si toccano le corde della creatività, partecipano in tanti e da tutta Italia; e arrivano progetti diversi ma incredibilmente positivi.

Giovani che hanno idee, che interpretano la tradizione artigiana con l’innovazione contemporanea; associazioni che coinvolgono la cittadinanza con laboratori creativi che hanno più il sapore della piazza che si ritrova piuttosto che della lezione teorica proposta.

Singoli che si sono inventati un sapere che hanno voglia di misurarlo con il pubblico, attività commerciali esistenti che vogliono provare a scommettere su un’altra piazza.

E molto di più partecipa al bando.

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Dal 21 al 23 marzo questo accade a Castelfranco di Sotto.

Il centro storico si animerà di attività nuove che andranno a riaprire i bandoni dei negozi da tempo chiusi; attività che potranno diventare esempio per progetti futuri o che, semplicemente, daranno la possibilità di immaginare una nuova identità territoriale, per poi lasciare il tempo necessario ai cittadini di ricostruirla.

Un percorso che è qualcosa di più di qualche negozio che apre per tre giorni; è la volontà di rioccupare gli spazi urbani con la necessaria curiosità e con la graduale riappropriazione di un’idea di futuro.

La comunità che torna comunità: nelle strade, nei vicoli, nelle piazze.

A questo, si aggiungeranno laboratori e spettacoli per bambini, la mostra d’arte contemporanea #community_1, gli spettacoli teatrali e una serie di conferenze sul tema delle città e del loro sviluppo contemporaneo.

E tanto altro ancora.

Venire a Castelfranco dal 21 al 23 marzo non è soltanto una piacevole gita fuoriporta; è testimoniare la voglia di credere ancora nella possibilità di contribuire alla costruzione di una nuova identità.

Un’ identità che ancora i suoi piedi alle dinamiche relazionali dei centri urbani e ne riscopre la forza oltre che il fascino ma che si apre alla creatività, alla spinta del nuovo, a ciò che va oltre i nostri confini territoriali e mentali.

Un’identità che parla dell’oggi ma che ci costringe a guardare da subito a domani.

Andrea Zanetti

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