Il pop no pop di Zino

Prendete un oggetto qualsiasi, di uso comune; provate a scomporlo oppure a metterlo in relazione ad altri oggetti.
Adesso guardatelo di nuovo e immaginate un racconto.
Questo esercizio, apparentemente banale, è il cuore del lavoro di Zino (Luigi Franchi all’anagrafe).
Richiamando da un punto di vista formale l’estetica della Pop Art, Zino parte dagli oggetti per raccontare un mondo di significati e un insieme di relazioni; per sbrogliare l’intreccio delle sensazioni più intime.

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Scompone l’immagine classica che abbiamo davanti al nostro quotidiano per indagare tra i significati nascosti e recuperare alla memoria sensazioni di vita vissuta o semplicemente per recuperare nel ricordo la sensazione tattile, il profumo o il sapore di un particolare momento legato all’oggetto rappresentato.
In un continuo movimento che parte da fotografie che vengono scomposte per piani, Zino esce dalla bidimensionalità dell’opera d’arte per invitarci ad assumere uno sguardo diverso.

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Le sue sono opere che si guardano almeno da tre lati e ci invitano ad abbandonare l’interpretazione immediata dell’oggetto raffigurato per aprirci alla memoria; per spingerci attraverso il ricordo alle sensazioni, all’ironia dei giochi di parole, alle profondità delle relazioni.
Gli oggetti, singoli o associati, diventano icone contemporanee che nell’opera d’arte assurgono a simbolo imperituro, alla nobiltà del passato e si consacrano nel tempo.
Diventano il mezzo attraverso il quale sviluppare l’esercizio delle relazioni; quelle immediate tra occhi e mente e quelle sopite dal tempo ma che tornano, richiamando immagini, colori e sfumature.
Zino lavora al confine tra la necessità di non disperdere nel mantra della velocità gli oggetti e le storie di una generazione (la sua, come la mia) e la sottile ironia di denuncia di un consumismo che annulla le profondità.

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Le stesse profondità che emergono nei gruppi di oggetti della serie Tetralogia degli Elementi, ad esempio, dove Terra, Acqua, Fuoco e Aria vengono identificati da un insieme di oggetti che nella loro individualità non riuscirebbero a richiamare il significato dell’elemento rappresentato.
Nello stesso tempo, i Sette Vizi Capitali si identificano attraverso icone che sbandano tra l’ironia e l’accusa, tra la voglia di strappare un sorriso e l’invito a riflettere.
Come scrive Maria Letizia Paiato, “partendo dalla sua esperienza, Zino crea idealmente un ponte invisibile che lo mette in comunicazione con chi osserva, in tal senso attivando una rete, dove ogni oggetto metaforicamente costituisce un nodo che funge da connettore tra il piano individuale e quello collettivo”.

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Zino è un poeta contemporaneo, figlio della sua generazione, quella che ha visto passare gli anni 80 troppo in fretta, perché aspettava in gloria quello che poi non è accaduto nel nuovo secolo; una generazione che ha immaginato una società diversa, anche senza particolari spinte idealistiche, e che ha visto crescere un mondo al quale non era sufficientemente preparata.
Allora lo zaino Invicta, piuttosto che gli omini del Subbuteo, non sono soltanto il gusto di una memoria nostalgica ma forse la voglia o la speranza che tutta quella velocità che abbiamo cercato e in parte vissuto, per un attimo si fermi; lasciandoci ancora il gusto dell’attesa, se non proprio della speranza.
Questi oggetti sono i compagni di viaggio ideali: quelli che sanno quando devono parlare o stare in silenzio.
Sono le soste alle aree di servizio in autostrada perché allungano l’arrivo e ritardano la partenza; sono le sigarette fumate all’alba di qualche spiaggia o le risate davanti ad una birra, quella dal sapore unico e irripetibile.
Lenta, come la schiuma che trabocca dal boccale.
Sono il suono del caffè che esce dalla caffettiera usurata e che ci avverte che il momento della nostra pausa è arrivato.
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Andrea Zanetti

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