I Wish Monteverdi: il racconto

 

 

 

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La sala della parrocchia di Monteverdi Marittimo profuma di sacro.

Ma è quella sacralità che prescinde dalle immagini dei santi alle pareti; è la sacralità della condivisione, del luogo che si apre al paese in tutte le sue forme e per tutte le sue esigenze.

I festoni di qualche compleanno passato si mescolano ai cartelli delle catechiste, nel profumo insistente di una cucina che ospita cene sociali, meditazione o semplici incontri di comunità.

Questa è la sede che il Comune di Monteverdi ci ha assegnato per il progetto I Wish.

E noi tre, io, il fotografo Stefano Lanzardo e lo scultore Francesco Siani, ci entriamo in punta di piedi; vuoi per quella naturale propensione alla delicatezza che qualsiasi luogo in odore di sacralità emana, vuoi perché non abbiamo ancora ben chiaro cosa fare.

Stiamo partecipando a Pop Up Lab, un progetto di rigenerazione urbana che “occupa” i centri storici dei paesi per dare nuova vita ai fondi commerciali sfitti attraverso le idee e le intuizioni di nuovi progetti creativi e imprenditoriali.

Noi, in realtà, ci occupiamo della parte artistica, di quel contorno che serve a creare il legame tra il progetto e il paese che ci ospita; che serve ad allungare lo sguardo oltre i confini di queste giornate, a offrire qualche spunto di riflessione o semplicemente un sorriso.

E a Monteverdi ci siamo arrivati con una scommessa: non allestiamo una mostra ma proviamo a realizzare una performance, un laboratorio, un’azione di empatia con i cittadini…insomma, non sappiamo bene nemmeno noi cosa.

Il nostro progetto si chiama I Wish Monteverdi.

 

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Mutuando una precedente esperienza di Stefano Lanzardo in un centro sociale in Norvegia, chiederemo a tutti i cittadini di Monteverdi, e non solo, di scrivere il loro wish- desiderio, su una lavagnetta e di farsi ritrarre da Stefano in una “sala posa” appositamente realizzata da Francesco Siani.

Nella sala della parrocchia, a questo punto, si materializza un guard rail che diventa la nostra seduta per le fotografie ai cittadini ma anche il simbolo di un viaggio per e verso qualcosa; il desiderio di fermare anche solo per un istante il tempo della nostra continua corsa e assaporare il gusto dell’attesa, esprimendo un desiderio recondito per sé o per gli altri scrivendolo sulla lavagnetta di plastica.

Come quei cartelli impugnati dagli autostoppisti, la lavagnetta diventa la meta interiore che vorremmo raggiungere; la destinazione ideale di un viaggio, di una traversata o di una semplice sosta.

Il set adesso è pronto; il guard rail che Siani ha pensato per la scena fa quasi sorridere rispetto al contesto che lo circonda ma garantisce uno stacco profondo dalla realtà che, assieme alle luci di Lanzardo, aiuta a creare un piccolo spazio di magia, un rifugio ironico fuori dal tempo.

Adesso che succede?

 

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Succede che dopo le prime fotografie scattate in un clima di gioco e divertimento, il paese trova in quello spazio la propria dimensione di intimità.

E nell’insieme di queste intimità, trova la sua dimensione di comunità.

Difficile spiegare la magia che si è consumata nelle ore successive; difficile raccontare la quantità di emozioni, parole, sorrisi e lacrime che hanno attraversato quel set fotografico.

Difficile perché ci ha colti impreparati e tutta l’energia che ha attraversato quella stanza ci ha travolti tutti, in troppo poco tempo.

La sequenza continua di paesani che si avvicinano al tavolo per scrivere il loro desiderio sulla lavagna, curvando la schiena e gli occhi come a proteggere un’intimità troppo importante per essere svelata e un attimo dopo aprire lo sguardo e il loro desiderio all’obbiettivo di Stefano, per poi seguire la mia mano che appende la loro foto al muro, a sincerarsi della posizione e della efficacia della foto stessa, è un immagine che non riesco a spiegare.

Meglio, andrebbe analizzata con strumenti che non ho.

E arrivano in tanti a farsi fotografare!

Attraversano la stanza con la curiosità distratta di chi vuole mantenere le distanze e poi, una volta posato il pennarello nero che ha impresso il loro desiderio, iniziano a raccontarsi.

Sono racconti veri di una comunità vera; di sofferenze, indecisioni e speranze in una contemporaneità che ci sfugge.

I sorrisi e le lacrime di un tempo che sembra non appartenerci; la passione e la grinta di chi questo tempo vuole morderlo ancora.

Sono debolezza, impeti di gioia, forza.

Sono racconti che sgorgano dagli occhi della vita e del quotidiano e che non si consumano nel volto ritratto nella fotografia; perché in quel momento le fotografie hanno davvero un’anima!

Hanno l’anima delle parole che ci stanno raccontando, la freschezza e lo stupore di frasi che sembrano nuove; l’anima del riconoscersi come singoli e del ritrovarsi come comunità, attraverso i desideri e le parole degli altri.

 

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Questo è accaduto a Monteverdi: un set fotografico che è diventato scontro emozionale, incontro di desideri, empatia.

Un flusso continuo di energia che ci ha travolti, per materializzarsi nelle foto appese sul muro della sala parrocchiale; volti, occhi e tratti di pennarello che raccontano emozioni, che esplodono di colori interiori nella forza comunicativa che solo un volto consapevole riesce a trasmettere.

E poi, il rito del giorno dopo.

Tutti i cittadini ritratti, sono venuti a prendersi la loro fotografia e a conservare nella materialità della carta fotografica il loro desiderio, appendendolo magari nella penombra della loro stanza o condividendolo, di mano in mano, con qualche amico o familiare.

Le fotografie da singolo scatto sono diventate il racconto collettivo di un gruppo, l’insieme di sentimenti intimi che si riconoscono tra loro.

Quel set, forse, ha mantenuto il profumo di sacro della saletta della parrocchia; quel set è stato un confessionale laico per tutti noi, un momento di magica intimità condivisa.

Non credo di aver reso fino in fondo l’idea di quello che è successo a Monteverdi ma sono certo che questa esperienza ha dato qualcosa; e se ha fatto bene allo spirito, al cuore o alla pancia, mi interessa poco.

Mi interessano di più gli occhi commossi di Carlo, l’assessore che più di altri ha seguito questo progetto, che incontrando la nostra commozione hanno sorriso alla magia che un paese era riuscito a creare.

Per sé e per gli altri!

 

 

Andrea Zanetti

 

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