#community al CAMeC di La Spezia!

La storia di #community prosegue!

Il gruppo di artisti che ha animato il festival Pop Up Lab, interrogandosi sul significato della parola comunità, è approdato al CAMeC di La Spezia; fino al 5 giugno 2016. Di seguito il testo critico di Cinzia Compalati che ha curato la mostra assieme ad Andrea Zanetti.

 

“Quale valore semantico si può dare oggi alla parola comunità? Quale ruolo ricopre nella società del secondo millennio?

Se l’attuale crisi economico-finanziaria ha un inizio ben individuabile tra la fine del 2007 e il 2008, quella dell’individuo contemporaneo si trascina attraverso tutto il secolo breve e si incancrenisce proprio in quegli opulenti anni Ottanta in cui l’orgia dei consumi compensa mancanze interiori.

La precarietà – da condizione lavorativa – è diventata status esistenziale, specchio di una società atomizzata in cui una moltitudine di singoli è alle prese con l’arduo compito di trovare soluzioni individuali a problemi generati a livello sociale. Forse è l’apatia la condizione dell’essere oggi? All’incertezza si dovrebbe rispondere con l’etica, con comportamenti deontologici che dal positivo esito su se stessi conducono a un altrettanto benefico benessere diffuso.

 

A queste urgenze hanno risposto tredici artisti chiamati a constatare l’avvenuta morte della comunità o il ritorno della speranza in un progetto espositivo dal profondo coinvolgimento emotivo.

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È con il simbolo di Carrara – Tutto ciò che ruota di Francesco Ricci – che, in omaggio al partenariato stretto con il Comune e il gruppo di artisti di #community, la mostra apre le sue riflessioni: non più nello stemma cittadino ma sul pneumatico di una gru, proprio quel gigante che ogni giorno scarnifica le montagne con il suo marmo, stars and dust, stelle e polvere, ricchezza e povertà.

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La visita prosegue su una piazza, uno spazio reale che accoglie l’installazione collettiva del gruppo, abitudine artistica che ha contraddistinto tutte le tappe di #community, giunta qui al Centro alla sua sesta edizione. Fermata CAMeC è un’esperienza, uno spazio sospeso, il luogo dell’attesa: seduti su una panchina ad aspettare l’autobus, in questo tempo ‘inerte’, la mente è libera di concedersi ogni pensiero o di svuotarsi. Di fronte a noi pannelli pubblicitari ospitano tredici manifesti da affissione che, infischiandosene di ogni logica commerciale, sono pezzi unici che reclamizzano i ‘bisogni’ della comunità.

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Sulla stessa piazza passeggia una famiglia contemporanea – Domenica mattina di Stefano Lanzardo – assorta nei propri pensieri: il padre è un bozzolo chiuso in se stesso, la madre – icona di vanità – guarda altrove e il bimbo dialoga con il suo gioco. Solo una ragazzina – che li osserva con aria interrogativa – pare l’anima senziente e viva della scena.

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Su questa che vuole essere una piazza ‘ordinaria’ si affacciano palazzi – brandelli di città disegnati su lacerti di carta, Se fossi più alta #2 di Roberta Montaruli – così reali, appesi, dalla parte esterna del vetro della cornice. Città in cui manca la presenza antropica, agglomerati urbani che ci invitano a ‘guardare più in alto’, oltre, sopra, con uno spirito e una levatura morale rinnovati.

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Incamminandoci Sulla strada – di Sabina Feroci – ci immergiamo tra la folla; sguardi, mani, comportamenti, relazioni ‘assenti’ ci dicono di primo acchito che non si tratta di una comunità ma di una moltitudine di individui che vivono in modo autoreferenziale la propria esistenza.

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Di fronte a loro passa l’autobus – Umanità in viaggio di Lorenzo Devoti, un progetto fotografico realizzato sui mezzi di trasporto – e ci interroghiamo sul tema della coppia – sia essa di amici, coniugi, amanti, perfetti sconosciuti – sui rapporti a due, relazioni binarie, talvolta aperte e talvolta chiuse.

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A Carolina Barbieri invece, la più giovane del gruppo #community, è stato chiesto di dare una chiave di lettura al futuro dei suoi coetanei, e quindi anche al suo. Nell’opera inedita presentata qui al CAMeC – Aggregazioni (miraggio) – volti vuoti nel vuoto, tenuti insieme da un file rouge – il destino comune – sono i giovani ingabbiati in una prigione senza sbarre dalla quale non si può evadere.

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Ancora nella stessa sala, Simone Conti con Negative Portraits indaga – con le lastre di un banco ottico e l’app di uno smartphone – proprio la spaccatura interiore di ciascuno di noi, al contempo positivi e negativi, a colori e in bianco/nero, in una radiografia all’anima che non lascia scampo al cancro dell’esistenza.

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È a questo punto che qualcuno ci tocca alle spalle, ci stringe con fare paterno dicendoci Ti ho visto nascere. Quell’amorevole constatazione si tinge di un amaro risvolto nella nassa di Francesco Siani; specchiandoci al suo interno capiamo che neanche noi siamo riusciti a sfuggire alle consuetudini ma anche alle costrizioni che la società, proteggendoci, ci impone.

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Proprio di fronte, Mr W di Stefano Siani racconta un’esistenza, quella di ognuno di noi dalla nascita, attraverso le difficoltà, il lavoro, l’amore, fino alla piena realizzazione di sé. Lo fa con un tocco di poesia – dando vita con pochi tratti essenziali a Mr W – e un raffinato senso estetico inscenando i suoi scatti fotografici su porzioni di muro – accuratamente selezionati – che diventano elementi compositivi e narrativi del racconto.

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Entrelazos di Lorena Huertas ci insinua un forte senso di disagio: una porta ‘vista muro’ è imbrigliata dentro una matassa di sanguinolenti fili rossi. È la costrizione di una comunità asfittica il messaggio dell’artista colombiana?

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Duro e ironico nei confronti società contemporanea è anche Zino – con Holy Writs – attraverso un tema quanto mai attuale: Bibbia e Corano si sgretolano – e le parti che cadono vanno a costruire un muro – mentre di fronte, su un inginocchiatoio, troneggia un catalogo IKEA, ‘il vangelo’ del nuovo millennio.

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Enrica Pizzicori allenta le tensioni e Fa Volare con un accrochage di illustrazioni che rappresentano il momento intimo e di raccoglimento della mostra. Ciascun pezzo – abbinato a una canzone – ci regala privati minuti di ascolto, non solo musicale, ma interiore.

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In chiusura – o in apertura, essendo #community  una mostra palindroma – Il sabato del villaggio di Cristina Balsotti dà voce alla comunità degli artisti – ciascuna sedia rappresenta uno di loro – e ci congeda con un ‘limbico’ senso di attesa e sospensione, partenza e ritorno, che ben si adatta al continuo movimento di costruzione e distruzione, di pars destruens e pars construens del  congetturare di questo progetto.

 

#community si riconferma così un cantiere artistico mai insonne, un gruppo di lavoro coeso e ben corroborato, che sa progettare insieme e trova, proprio in questi momenti di incontro e lavoro partecipato, spunto di speranza. Il rispetto, la condivisione e il riconoscimento attivano un virtuoso circuito di creatività e contaminazione che è spunto di energia vitale e artistica. Oggi viene detta ‘rete’, qualche anno fa si sarebbe chiamata ‘comunità’ ma che l’unione faccia la forza resta una verità sempre attuale”

Cinzia Compalati

 

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(fotografie di Stefano Lanzardo)

 

 

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