‘Compagni! Declinazioni contemporanee’, la mostra.

Compagni non è una parola come tutte le altre.
Non per chi è nato nel Novecento.
Perché quella parola il Novecento lo ha attraversato e segnato, riempiendo di senso intere esistenze.
Compagni è una parola che ha racchiuso in sé enormi speranze ma altrettanto cocenti delusioni e drammi.
Una parola che per decenni ha rappresentato il confine entro cui si riconosceva la “diversità” di una comunità politica, quando la politica era in ogni cosa della vita.
Comunità di destino, un significato quasi mistico, che probabilmente affonda le sue radici nella sua derivazione latina (cum-panis, persona con cui dividere il pane).
Una parola che ha significato totale abnegazione verso una causa di cui ci si sentiva di far parte; da un oceano all’altro non trovavi compagno che non fosse in grado di illustrarti il suo pensiero tenendo insieme i nuovi progressi del socialismo reale con i problemi organizzativi della festa de l’Unità del suo quartiere!
Compagni poi è stata quella parola capace di farti pensare, al tempo stesso, al fatto che ovunque saresti andato avresti trovato altri che combattevano la stessa battaglia e all’odore delle cucine delle Feste de l’Unità, con quelle salse preparate da mani morbide e paffute mentre l’orchestra faceva le prove per lo spettacolo del dopo cena e qualche volontario sistemava le ultime cose negli stand montati nelle pause dal lavoro.

E oggi?
La parola compagni sembra essere sparita dal lessico politico.
Del resto è sparita da un bel po’ ogni traccia della comunità politica cui quella parola faceva riferimento e ciò che ne è nato per gemmazione si è sempre più allontanato dall’identità e dalla cultura di origine, nel bene e nel male.
Eppure sbaglieremmo a dire che la parola, con il suo significato civile è stata “rottamata”.
Innanzitutto perché sopravvive ancora – e lo farà fino al loro ultimo respiro – in tutti coloro per i quali quella parola è la sintesi di una vita.
Ma c’è un secondo motivo importante per cui la parola compagni non è morta: infatti, più esce dal dizionario della politica novecentesca e più il suo spettro semantico si allarga andando ad includere varie forme di solidarietà.
Allora si è compagni di scuola, di lavoro, di vita, di sentimenti, di impegno civico perché si condivide la sorte di una o più collettività, si partecipa alla vita di una comunità, a qualcosa che va oltre la mera dimensione individuale.
Allo stesso modo – e in maniera ancor più potente – si è compagni perché si condivide la stessa speranza, ammassati su un gommone che attraversa di notte il mare agitato, sognando un avvenire migliore per noi e per i nostri figli.
A pensarci bene in molti casi non è la parola compagni ad essere sparita dal lessico; siamo noi che ne abbiamo dimenticato il significato più profondo, smettendo di “dividere il pane” con qualcuno. Eppure la solidarietà può essere un potente antidoto contro la disgregazione e le disuguaglianze; è il miglior cemento per costruire nuovi mondi, che siano aperti e pieni di “reti” non solo digitali, ma fisiche, porose, fatte di scambi umani, di mani che si reggono, di braccia che si sostengono.
Perché “ci si salva e si va avanti solo se si agisce insieme e non solo uno per uno”.
Perché chi ha compagni non muore mai.

Il gruppo di artisti che nel corso degli ultimi anni ha rappresentato in chiave visiva la parola comunità dando vita alla mostra-progetto #community e ha riflettuto sulla necessità di ricostruire un’identità degli spazi urbani per ridefinire le funzioni dei luoghi e delle relazioni che vi si consumano all’interno, oggi si interroga sulle declinazioni contemporanee della parola compagni.
Un percorso in divenire che dalle solitudini delle comunità e dalle loro dinamiche contemporanee passa alla riflessione individuale come strumento necessario a ridefinire un noi.
Un gruppo di artisti, diversi per linguaggi, età e provenienza, ricostruisce uno spaccato contemporaneo delle riflessioni sociali, politiche e di quotidianità che stanno attraversando il nostro periodo.
L’arte contemporanea come strumento per accedere alla poetica del ricordo ma anche all’asprezza delle suggestioni del presente.

 

Artisti:
Emiliano Bagnato, Cristina Balsotti, Carolina Barbieri, Simone Conti, Lorenzo Devoti, Sabina Feroci, Paolo Fiorellini, Lorena Huertas, Stefano Lanzardo, Melissa Mariotti, Roberta Montaruli, Enrica Pizzicori, Aurore Pornin, Francesco Ricci, Francesco Siani, Stefano Siani, Zino (Luigi Franchi).

 

EMILIANO BAGNATO
“Melodia, Armonia, Ritmo, Timbro” 2017
Installazione musicale.

Melodia, Armonia, Ritmo, Timbro: nomi di compagni esemplari che, a cospetto di un’idea, procedono nella stessa direzione; si svolgono parallelamente pur convergendo e divergendo in continuazione; talvolta paiono lontanissimi, talvolta vicini, in alcuni attimi al punto di sovrapporsi, coincidere o addirittura scambiarsi i ruoli.
Le distanze, i punti di vista, non rappresentano ostacoli, anzi, alimentano la dialettica che è il loro stesso andare; poiché nessuno di questi compagni ha il desiderio di dominare gli altri ma solo quello di essere portante nella costruzione di una musica, di una storia, di una vita.

 

 

 

CRISTINA BALSOTTI
“ Dopo undici anni insieme io abbaiavo e lui parlava” 2017
Tecnica mista
4oo cm x 160 cm

Il compagno che Cristina evoca in questa opera è il suo cane. In un racconto che si sviluppa in una architettura di scatole c’è il rapporto speciale che l’artista ha avuto con Vincent. Se ne colgono i silenzi complici, i rituali condivisi, la costruzione di un linguaggio ‘altro’ che solo chi vive certe relazioni può capire. Se ne coglie il sentimento puro; d’altra parte i compagni veri non muoiono mai.

 

 

 

CAROLINA BARBIERI
“CUM PANIS” 2017
inchiostro da stampa su carta Fabriano Rosaspina 280gr
due pannelli 100×200 cm

Cum Panis è un’opera su carta realizzata tramite l’utilizzo di vero pane: fette di pane inchiostrate e stampate su tanti piccoli stralci di carta poi cuciti insieme tramite un filo rosso.
Allegoricamente ogni piccola stampa vuole rappresentare ognuno di noi, uguale e diverso, solo ma mai solo veramente; sempre e comunque collegato tramite un filo all’altro e agli altri. Il pane, simbolo per eccellenza della condivisione, ci rimanda al significato della parola compagno ‘colui che mangia il pane con l’altro’ e ci invita a riflettere sul senso reale dei legami, quelli che percepiamo e quelli che non sappiamo ancora vedere.

 

 

 

SIMONE CONTI
“Percorso” 2017
Fotografie su legno
200 x 40 cm

Singoli scatti di compagni di vita che si fondono nella doppia esposizione nella lastra; due ritratti in uno a rappresentare le unioni e gli incontri tra i singoli individui. La spirale di legno rimanda allo scorrere degli eventi e agli incontri della vita; un mescolarsi di volti che rappresentano storie, legami, individualità mai sole. Il legno, come l’albero della vita, richiama la crescita ma, inevitabilmente, anche la caducità del tempo che scorre.

 

 

 

LORENZO DEVOTI
“COMPAGN(I)E” 2017
Fotografia e post produzione digitale
30 x 40 cm cad

Scegliere, essere scelti, convivere e comportarsi, normalità o conformismo, gusto o tendenza. Adeguarsi ad un sistema che richiede una risposta univoca alla domanda “da che parte vuoi stare?”, distanze abissali nel misero spazio di un salotto alimentate da uno stato di assopimento. Essere diversamente uguali a tutti ed ugualmente diversi a nessuno.

 

 

 

SABINA FEROCI
“Compagni di favola” 2017
Collage digitale e stampa.
35 x 50 cm cad

Dalla sua esperienza professionale sull’illustrazione, Sabina gioca con le immagini di favole classiche interpretandole in chiave contemporanea. Le favole aiutano a svelare il senso del doppio significato, a scardinare le nostre certezze tra positivo e negativo. Aiutano ad immaginare un mondo che non c’è, come l’Isola, e a renderlo esplicito con immagini e parole. Anche i compagni di Sabina stanno dentro queste favole; meglio, sono le favole!

 

 

 

PAOLO FIORELLINI
“Aleppo, parco giochi” 2017
Ferro, legno, corda.
Misure variabili

E se dal ricordo del nostro parco giochi e dell’altalena sulla quale lanciavamo risate inconsapevoli sul mondo si abbattesse il vuoto? Probabilmente non sapremmo neppure immaginare la mancanza di quel ricordo; non sapremmo neppure capire le ragioni di quel vuoto. Forse inizieremmo a cercare i compagni di quei giorni per trovare una risposta alle nostre domande. Quei compagni ci sono ancora?

 

 

 

LORENA HUERTAS
“Mestizaje (Meticciato)” 2017

Tre disegni e un video animazione “De donde vengo io…” 1min 05sec (Da dove vengo io…)
– Algo recuerdo #1 ( Ricordo qualcosa #1), collage su carta, 65x61cm
– Algo recuerdo #2 (Ricordo qualcosa #2), collage su carta, 100x61cm
– Algo recuerdo #3 (Ricordo qualcosa #3), collage su carta, 100x57cm

La comparsa e la scomparsa dei volti iconici della Colombia fa riflettere sul meticciato contemporaneo in Europa. Oltre l’80% della popolazione del pacifico colombiano è di origine africana. Al momento della conquista, si sono create nuove comunità tra gli spagnoli bianchi, gli schiavi neri e gli indiani. La diversità culturale è diventata una delle ricchezze del paese. Le potenze europee che oggi si sentono minacciate e fragili davanti alle nuove ‘presenze’, potrebbero prendere l’esempio dell’America Latina come un esempio di integrazione, accettazione e arricchimento culturale delle nuove comunità; a ricordarci che in fondo siamo tutti uguali.

 

 

 

STEFANO LANZARDO
“Io ti conosco” 2017
Ferro, audio-video installazione
170 cm

La sequenza di occhi che scorre davanti ai nostri, ci accompagna in un racconto visivo e sonoro. Sono gli occhi dei compagni di tutti i giorni, delle grandi e piccole storie individuali, delle sofferenze pratiche o delle gioie ideali. Sono gli occhi dei nostri sguardi sul mondo, in una visione singola che diventa gradualmente coro e popolo. Sono la vita, forse anche quella di Lanzardo; un artista che dice di conoscerci, nella certezza che è dall’insieme di tante individualità che nasce la storia.

 

 

 

MELISSA MARIOTTI
“Divenire” 2017
Inchiostro su carta “Fabriano” 110g/m2, stampa con stampante 3d da file digitale.
10×15 cm, 30x21cm, 30x21cm.

Divenire, mutamento, perenne nascere e morire delle cose.
La lettera, privata gradualmente di senso, è una delle tante che Gino Lucetti inviò dal carcere ai sui parenti, tra i quali la famiglia di Melissa.
Lettere figlie di un tempo di grande fervore politico che spesso viene ricalcato nell’età contemporanea, perdendo di significato.
Nell’installazione una stampa 3d delle Alpi Apuane, luogo simbolo della resistenza antifascista e, in questo periodo storico, delle lotte contro lo sfruttamento del territorio. Un rimando al ‘divenire’ in senso ciclico che affonda le radici nel senso di appartenenza politica e identitaria ad un luogo e ne diventa icona contemporanea di nuove resistenze.

 

 

 

ROBERTA MONTARULI
“Ricordo di Classe” 2017
Tecnica mista su stoffa
82×56 cm

“Ricordo di Classe”: il lavoro si focalizza sulla traccia, sull’identità, sulla memoria che con il trascorrere del tempo si modifica, cambia e lascia indietro e nascoste alcune parti di ciò che c’era.
Nel titolo vi è anche un riferimento alla lotta di classe e un richiamo ai cambiamenti politici attuali e non solo. È un modo per esprimere l’idea che i “compagni” sono spariti e forse in parte sono stati ormai anche dimenticati.
Partendo dalla fotografia della sua classe di terza media, Roberta ha rimosso i soggetti per descriverli attraverso i segni che li circondano fino ad arrivare a rappresentare, attraverso piccole parti di una panca, le tracce lasciate nell’istante della foto da ogni compagno della sua classe.

 

 

 

ENRICA PIZZICORI
“Bersagli mobili” 2017
tecnica mista
dimensioni variabili.

Collezione di piatti inglesi alle pareti; una coppia siede in cucina per colazione, momento perfetto eppure sotto sotto…..
I piatti volano e si rompono, le parole rimbalzano e fanno eco.
Una famiglia tipo dove i nostri compagni diventano i bersagli preferiti di frustrazioni e fretta, piccoli gugliemo tell dove miriamo, cercando a volte di colpire a volte solo di dimostrare qualcosa. Eppure quella mela è anche la mela del desiderio; gli occhi dei due compagni in qualche modo si guardano, si cercano e sotto i baffi sorridono. Alla fine tutto questo sarà solo un gioco amoroso nella quotidiana ‘guerra’ dei compagni di vita.

 

 

 

AURORE PORNIN
Le grand voyage 2014
ferro, corde, colori
cm 30X400X130

Le grand voyage racconta di un grande viaggio che unisce due continenti, due sponde. Le corde rimandano alle onde del mare, ai flussi migratori, ai legami, ai compagni di avventura. Le persone che lasciano la loro terra portano con sé emozioni, colori e odori che andranno a contaminare la terra di adozione. Questi legami permetteranno loro di proseguire l’esistenza con la speranza di una vita migliore e della libertà.

 

 

 

FRANCESCO RICCI
“Come in un campo di papaveri” 2017
Terra argilla bianca
70 cm x 40cm x 80 cm

La falce e il martello, simbolo per eccellenza di un’appartenenza politica che ha attraversato il novecento. Simbolo di un’idea, di una visione del mondo, di contraddizioni e fascino. Ricci scompone questo simbolo in una delicata frantumazione che poi riassembla e colloca in una teca. La falce e martello reliquia preziosa per un antiquario nostalgico o ricostruzione contemporanea di una speranza collettiva?

 

 

FRANCESCO SIANI
“Red Gloves” 2017
Gomma, pigmenti, specchio
70 x 70 x 40 cm

Il pugno chiuso, icona eterna di lotte, rivendicazioni, presenze politiche e sindacali; simbolo assoluto di ‘rivoluzioni’ e ideali, di conquiste, di popolo.
Il pugno chiuso mai solo, a stringere dentro di sé la forza di un’idea, la rabbia e la passione di intere comunità. Il pugno chiuso che si riflette nell’infinito degli specchi ad accoglierci; ad invitarci alla condivisione interiore del suo significato. Ora e sempre.

 

 

STEFANO SIANI
“Walk on the wall” 2017
Fotografie su forex
20 x 53 cm cad

‘Ognuno di noi costruisce il proprio muro, quell’angolo di vita dove essere se stessi, dove sentirsi liberi, dove nascondere le proprie paure e sogni.
In questo mondo inconfessato in cui ti senti parte di tutto nel tuo eterno anonimato , vivi il consumarsi del sole.
In attesa di quei compagni privi di oblio, pronti a camminare con te,
capaci di ascoltarti e raccontarsi, alcuni rimarranno altri barcolleranno e cadranno lanciandoti un addio.
Ma se nemmeno il mondo è per sempre, come può esserlo un saluto?’
Con queste parole Stefano Siani si immerge nel tema dei compagni in un rimando continuo alla vicinanza e alla lontananza, agli addii e agli arrivederci. Un distacco presente il suo, in una realtà che nasconde anche i colori del sole.

 

 

ZINO
“Né Dio, né padrone” 2017
nastro pacchi su vetro sintetico
100×50 cm

Nella cultura socialista, comunista, anarchica e in generale di sinistra, il compagno è un soggetto, un individuo come gli altri che cerca di superare la propria individualità attraverso un progetto comune di tipo solidale e collettivistico spesso associato ad un’idea rivoluzionaria. Un’idea che prevede anche l’uso di una violenza che è necessaria per superare gli impedimenti eretti da una società ben organizzata ed è benefica per l’individuo in quanto libera le sue energie e gli consente di rendersi conto delle forze di cui dispone.

 

 

 

 

Titolo: Compagni! Declinazioni contemporanee
a cura di: Andrea Zanetti
con la collaborazione di: Cristian Pardossi
organizzazione: CGIL Massa-Carrara, Yab
periodo di svolgimento: 16 luglio – 20 agosto 2017
inaugurazione: 15 luglio alle 18:30
luogo: complesso Giannotti Edilizia – Polo delle Arti San Martino via S. Martino 1 – Carrara (MS)
riferimenti: yabonlineblog.wordpress.com

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Compagni! Declinazioni contemporanee

Compagni!

Declinazioni contemporanee in mostra.

 

a cura di: Andrea Zanetti

con la collaborazione di: Cristian Pardossi

organizzazione: CGIL Massa-Carrara, Yab

periodo di svolgimento: 1 maggio-18 giugno

luogo: complesso Giannotti Edilizia, via S. Martino 1 – Carrara (MS)

riferimenti: yabonlineblog.wordpress.com

 

Artisti:

Emiliano Bagnato, Cristina Balsotti, Carolina Barbieri, Simone Conti, Lorenzo Devoti, Sabina Feroci, Paolo Fiorellini, Lorena Huertas, Stefano Lanzardo, Melissa Mariotti, Roberta Montaruli, Enrica Pizzicori, Aurore Pornin, Francesco Ricci, Francesco Siani, Stefano Siani, Zino (Luigi Franchi).

 

compagno

[com-pà-gno] s.m. (f. -gna)

1 Chi fa qualcosa  insieme con altri: c. di viaggio; chi partecipa con altri a una medesima condizione materiale o spirituale: c. di scuola || c. d’armi, commilitone

2 Appellativo dei militanti dei partiti di sinistra, spec. comunisti: una riunione di c. al comitato di sezione

3 Persona con cui si fa coppia nella vita, in una gara, in un gioco SIN partner

4 comm. (spec. pl.) Socio: ditta Rossi e C.

  • dim. compagnetto
  • sec. XIII

 

Compagni  non è una parola come tutte le altre.

Non per chi è nato nel Novecento.

Perché quella parola il Novecento lo ha attraversato e segnato, riempiendo di senso intere esistenze.

Compagni è una parola che ha racchiuso in sé enormi speranze ma altrettanto cocenti delusioni e drammi.

Una parola che per decenni ha rappresentato il confine entro cui si riconosceva la “diversità” di una comunità politica, quando la politica era in ogni cosa della vita.

Comunità di destino, un significato quasi mistico, che probabilmente affonda le sue radici nella sua derivazione latina (cum-panis, persona con cui dividere il pane).

Una parola che ha significato totale abnegazione verso una causa di cui ci si sentiva di far parte; da un oceano all’altro non trovavi compagno che non fosse in grado di illustrarti il suo pensiero tenendo insieme i nuovi progressi del socialismo reale con i problemi organizzativi della festa de l’Unità del suo quartiere!

Compagni  poi è stata quella parola capace di farti pensare, al tempo stesso, al fatto che ovunque saresti andato avresti trovato altri che combattevano la stessa battaglia e all’odore delle cucine delle Feste de l’Unità, con quelle salse preparate da mani morbide e paffute mentre l’orchestra faceva le prove per lo spettacolo del dopo cena e qualche volontario sistemava le ultime cose negli stand montati nelle pause dal lavoro.

E oggi?

La parola compagni sembra essere sparita dal lessico politico.

Del resto è sparita da un bel po’ ogni traccia della comunità politica cui quella parola faceva riferimento e ciò che ne è nato per gemmazione si è sempre più allontanato dall’identità e dalla cultura di origine, nel bene e nel male.

Eppure sbaglieremmo a dire che la parola, con il suo significato civile è stata “rottamata”.

Innanzitutto perché sopravvive ancora  – e lo farà fino al loro ultimo respiro – in tutti coloro per i quali quella parola è la sintesi di una vita.

Ma c’è un secondo motivo importante per cui la parola compagni  non è morta: infatti, più esce dal dizionario della politica novecentesca e più il suo spettro semantico si allarga andando ad includere varie forme di solidarietà.

Allora si è compagni di scuola, di lavoro, di vita, di sentimenti, di impegno civico perché si condivide la sorte di una o più collettività, si partecipa alla vita di una comunità, a qualcosa che va oltre la mera dimensione individuale.

Allo stesso modo – e in maniera ancor più potente – si è compagni perché si condivide la stessa speranza, ammassati su un gommone che attraversa di notte il mare agitato, sognando un avvenire migliore per noi e per i nostri figli.

A pensarci bene  in molti casi non è la parola compagni ad essere sparita dal lessico; siamo noi che ne abbiamo dimenticato il significato più profondo, smettendo di “dividere il pane” con qualcuno. Eppure la solidarietà può essere un potente antidoto contro la disgregazione e le disuguaglianze; è il miglior cemento per costruire nuovi mondi, che siano aperti  e pieni di “reti” non solo digitali, ma fisiche, porose, fatte di scambi umani, di mani che si reggono, di braccia che si sostengono.

Perché “ci si salva e si va avanti solo se si agisce insieme e non solo uno per uno”.

Perché chi ha compagni non muore mai.

Il gruppo di artisti che nel corso degli ultimi anni ha rappresentato in chiave visiva la parola comunità  dando vita alla mostra-progetto #community e ha riflettuto sulla necessità di ricostruire un’identità degli spazi urbani per ridefinire le funzioni dei luoghi e delle relazioni che vi si consumano all’interno, oggi si interroga sulle declinazioni contemporanee della parola compagni.

Un percorso in divenire che dalle solitudini delle comunità  e dalle loro dinamiche contemporanee passa alla riflessione individuale come strumento necessario a ridefinire un noi.

Un gruppo di artisti, diversi per linguaggi, età e provenienza, ricostruisce uno spaccato contemporaneo delle riflessioni sociali, politiche e di quotidianità che stanno attraversando il nostro periodo.

L’arte contemporanea come strumento per accedere alla poetica del ricordo ma anche all’asprezza delle suggestioni del presente.

Andrea Zanetti

 

(le fotografie sono alcune immagini scelte dagli artisti per produrre l’opera collettiva ‘Suggestioni’ che sarà presentata in mostra, assieme alle opere singole)

 

‘Stoner. Landing Pages’. La mostra

STONER. Landing Pages

Alviani Art Space / Pescara

Inaugurazione 10 novembre 2016 ore 18.00

11 novembre-11 dicembre 2016

 

invitoPescara_210x100_09_27_2016_PM

 

STONER. Landing Pages è la prima mostra d’arte contemporanea liberamente ispirata al romanzo Stoner di John Williams e finanziata attraverso un crowdfunding https://www.crowdarts.eu/it/campaigns/stoner-landing-pages/#/campaign

Stoner è un caso letterario che ha appassionato migliaia di lettori nel mondo. La biografia di un anonimo professore universitario che a cavallo tra la prima e la seconda guerra mondiale affronta i drammi e le passione di una vita ‘normale’.

È un libro che racconta lo scorrere del tempo come un insieme di episodi epici nella banale naturalezza del loro evolversi.

Nel corso del 2013 il romanzo di John Williams è diventato un bestseller in Italia, Inghilterra, Olanda, Francia, Spagna, Israele e poi negli Stati Uniti; definito sul New York Times da Morris Dickstein “Il romanzo perfetto”, oggi è considerato un classico, l’altro filone letterario americano che si contrappone al genere del ‘grande Gatsby’.

Stoner è il compendio della vita di tutti, ti trascina dentro le sue pagine perché racconta forza e debolezze di ciascuno di noi, ti attorciglia le budella perché è anche, un po’, la nostra biografia.

Da questa storia parte il progetto della mostra: la volontà di creare un’esposizione  ‘emotiva’, intimistica ed immersiva dentro le pagine del romanzo, di dare forma a un sentire condiviso che coinvolga non solo il ‘pubblico di Stoner’ ma anche coloro che non hanno letto il romanzo, facendo vivere – attraverso l’arte contemporanea – le atmosfere del libro.

Un’esposizione  che attraverso le pagine del romanzo rende visibile lo scorrere delle parole:  i personaggi si delineano andando oltre le descrizioni di John Williams,  incanalando in nuove vite le sensibilità degli artisti  che li interpretano .

Gli artisti coinvolti hanno lavorato ciascuno con il proprio linguaggio – scultura, fotografia, installazione, video – interpretando i protagonisti del romanzo e dando vita a un allestimento che è una vera e propria impaginazione.

La mostra, curata da Cinzia Compalati e Andrea Zanetti,  ha la sua prima nazionale al #FLA Pescara Festival ed inaugura il 10 novembre all’Alviani ArtSpace di Pescara http://www.alviani-artspace.net/

 

Gli artisti

Mauro Fiorese – uno dei cento fotografi più quotati al mondo – espone per la prima volta dodici dittici tratti da www.libraincancer.it il blog in cui racconta la sua personale battaglia contro il cancro. Tenendo fede all’impostazione letteraria del progetto, le sue coppie sono composte da un’immagine testuale che dialoga con la fotografia affiancata. In mostra interpreta Gordon Finch, l’amico fraterno di Stoner, e filtra attraverso i suoi occhi – e quindi attraverso il grande tema dell’amicizia – la vita del protagonista.

Roberta Montaruli è Katherine, l’amante di Stoner. L’artista torinese racconta la loro storia d’amore in un video di animazione in cui – mancando la presenza antropica – sono gli oggetti a narrare le loro vite fatte di respiri e sospiri, gioie e dolori, fatica e tensione verso la felicità.

Stefano Lanzardo è Stoner. Con quattro scatti fotografici sono descritti altrettanti momenti simbolo dell’esistenza del protagonista dalla terra che lo ha generato e alla quale torna, ai corridoi dell’università in cui passeggia come un fantasma, allo studio di casa dove poteva dedicarsi alle amate letture fino alla  relazione con le donne del romanzo.

Eleonora Roaro ha realizzato per la mostra una video installazione su Edith, la moglie di Stoner, in cui porta alla luce tutte le fobie del personaggio, una donna distante, anaffettiva, che non si fa ‘toccare’ in tutti i sensi. Attraverso una sineddoche – Edith è rappresentata solo dal suo occhio ceruleo – diventa la ‘telecamera di sorveglianza’ delle vite di chi la circonda. Al #FLA affiancherà alla video-installazione una performance in cui interpreterà Edith in uno dei momenti topici del romanzo.

Jacopo Simoncini ha composto per l’esposizione un pezzo inedito per viola – eseguito da Ignazio Alayza – che racconta attraverso sussulti lo stridore dell’esistenza. Le corde – come le vite dei personaggi del romanzo – sono quasi portate a rompersi, lo vorrebbero, ma non ci riescono.

Giuliano Tomaino – l’artista che tutti hanno potuto vedere con le sue sculture nel decumano di Expo 2015 – interpreta il padre di Stoner attraverso una cruda installazione che ferma il momento della sua morte – assurgendo a simbolo della fine di ciascuno di noi – proseguendo così la serie dei Santi che porta avanti dagli anni Novanta.

Zino – noto per le sue opere realizzate con i lego e la realtà aumentata – qui interpreta l’antagonista di Stoner e lo immortala nel momento in cui fa la sua prima apparizione nel romanzo: fisicamente menomato, aveva un viso da attore del cinema sul quale l’artista ha riportato – con la ASCII art  –  le frasi della sua presentazione all’interno del testo. Tra le righe una frase metalinguistica che Zino rivolge al suo pubblico “Stoner è un libro del cazzo”, dando forma a quello che sarebbe stato il pensiero di Lomax nei confronti del romanzo stesso.

 

INFO E CONTATTI

Cinzia Compalati – cinzia.compalati1@gmail.com – +39 339 3494536 Andrea Zanetti – andreazanetti@yabonline.it – +39 334 1283128

https://yabonlineblog.wordpress.com

segui la mostra su https://it-it.facebook.com/yabonline.it

 

CREDITS

Titolo della mostra

STONER. Landing Pages

Dove

Alviani Art Space Largo Gardone Riviera, Pescara

Quando

inaugurazione 10 novembre 2016 ore 18.00 11 novembre-11 dicembre 2016

Progetto a cura di

Cinzia Compalati e Andrea Zanetti

 

Artisti in mostra

Mauro Fiorese – Finch    www.maurofiorese.com  www.libraincancer.it

Roberta Montaruli – Katherine www.robertamontaruli.it

Stefano Lanzardo – Stoner    www.stefanolanzardo.com

Eleonora Roaro – Edith  www.eleonoraroaro.com

Giuliano Tomaino – padre di Stoner www.giulianotomaino.it

Zino – Lomax  www.zino.cloud

 

Installazione musicale di Jacopo Simoncini

eseguita da Ignazio Alayza

 

realizzato nell’ambito di #FLA Pescara Festival

da un’idea di YAB

media partner Rivista Segno

progetto grafico Sarah Fontana

si ringrazia per la preziosa collaborazione Lucia Zappacosta, direttore artistico Alviani Art Space
 

 

 

senzapietà

Senzapietà

Personale di Francesco Siani.

12 ottobre-3 novembre 2015

Oratorio dei Bianchi, Castelnuovo Magra (Sp)

Inaugurazione domenica 11 ottobre alle 17:00

La mostra resterà aperta tutti i sabato dalle 18:00 alle 20:00 e la domenica su prenotazione (338 5913224).

Info: andreazanetti@yabonline.it

 

Attraverso i lavori prodotti negli ultimi due anni, Siani ci accompagna in una mostra che ruota attorno al tema della Pietà.

Il sentimento di rispetto e amore verso il prossimo, diventa una riflessione sull’individuo di oggi, sulle contraddizioni di una società in continuo movimento ma che tende a chiudersi nel silenzio della solitudine o tra le voci della sofferenza.

Una riflessione che parte dall’iconografia della Pietà di Michelangelo ma che viene “cavata” nella sua forma ed essenza, lasciando un vuoto.

La Pietà che abbandona la materia per uscire di scena, come se ci invitasse a riempire l’ombra che la sua assenza lascia o ci chiedesse di rispettare la scelta del proprio andare; non è solo la sofferenza millenaria che l’ha costretta nel tempo a lacrime di immobilità bensì il sentirsi sola.

Non è una fuga quella della Pietà, è un mettersi di lato per invitarci a riempire il vuoto che lascia o ad interrogarci veramente sull’essenza di ciò che vediamo e siamo abituati a vedere.

Il vuoto ci costringe a guardare oltre, ad immaginare un nuovo pieno; ci spinge a riflettere sui punti di vista ingessati da stereotipi e consuetudine e a cercare nuovi significati.

Il vuoto diventa presenza, consapevolezza, coscienza.

 

senzapietà1

Noi siamo il pieno; la forza dell’individuo che si riconosce in comunità e che ne rispetta le differenze.

La forza di sentirsi parte di un qualcosa, terreno o spirituale che sia, all’interno del quale la paura del vuoto si affronta; assieme.

Siani, quindi, ci invita a ripartire dall’uomo; da noi.

La culla del neonato protetta dai giochi dell’infanzia, è il simbolo immediato e naturale di una rinascita; se vogliamo è il mezzo attraverso il quale siamo costretti a riannodare la memoria al nostro tempo.

E’ il mezzo con il quale l’artista identifica il soggetto della sua proposta, l’individuo, e lascia a noi la libertà di riconoscerlo.

palloncini

Il linguaggio pop che contraddistingue la mostra, accompagna verso un sorriso amaro; come se la visione di oggetti del passato si rigenerasse attraverso la nostra memoria in una nuova vita.

La Pietà ci accoglie con un vuoto ma lo specchio che sta dietro quel vuoto ci costringe a guardarci, dentro.

Ci impedisce di distogliere lo sguardo o di farlo cadere altrove: lo specchio, la culla e i giochi dell’infanzia sono la traduzione estetica di un percorso interiore.

Siani ci invita a farlo questo percorso con la straordinaria forza che soltanto la leggerezza dell’arte riesce a creare.

Ci invita a guardare il vuoto; a noi la capacità di riempirlo.

 

Andrea Zanetti

 

Michaelangelo Pieta Sculpture Vatican Rome Italy

 

Cosa è successo a Ex (hibit) Ante: storia di una condivisione

Difficile fare una sintesi di Ex Hibit Ante, direi quasi impossibile.

Sono tante, infatti, le emozioni che hanno accompagnato questo progetto, le magie che si sono create; le relazioni, le parole e i silenzi che hanno caratterizzato questa mostra.

Si rischia di perdersi nella retorica senza riuscire a far cogliere ciò che è stata veramente.

Se il compito affidato agli artisti era quello di far rivivere i loro ricordi intimi tra le ante di un armadio, direi che siamo andati oltre.

Si è respirato il senso di un ricordo d’insieme senza tradire la personalità di ogni singolo artista; si è colta fino in fondo la densità delle singole opere, cogliendone il senso d’insieme e collettivo.

Si è realizzata condivisione.

Le stanze della Casa del Capo ( l’ex casa del custode della Segheria Telara), hanno aggiunto il sapore della familiarità quotidiana; hanno fatto da cornice indispensabile alle diverse sensibilità degli artisti.

La Casa ha accolto con il rispetto e la timidezza che si ha quando si entra a casa di uno sconosciuto; quando ci avvolge quel vago senso di pudore, intimoriti dal violare il rituale quotidiano di uno spazio che non ci appartiene.

La Casa ha parlato della sua storia, delle storie degli armadi che stava ospitando e della storia di ognuno di noi, proiettandoci tra i profumi e le voci di un corridoio di qualche anno fa, dove una nonna, una zia, qualcuno, ci richiamava a chissà quale compito.

La Casa ha fatto parlare i suoi muri scrostati, la polvere naturale del tempo che si consuma; ha fatto parlare il suo silenzio intriso di voci, musica e sospiri.

E hanno parlato gli artisti, con i loro armadi.

 

 

Hanno parlato della loro intimità, svelandola al pubblico con la magia che solo in alcuni casi si riesce a creare.

Hanno parlato di ricordi particolari, di emozioni, sorrisi e paure: hanno parlato di noi.

Ma soprattutto hanno parlato con noi.

Questa è la vera magia che si è creata: un insieme di ricordi individuali che è diventato patrimonio condiviso, respiro unico e irripetibile di esperienze private.

Ognuno ha trovato nella Casa il proprio armadio, stupendosi della forza espressiva che questo riusciva a trasmettergli, con semplicità, forza e delicatezza.

Le ante si sono aperte per accogliere nell’intimità degli artisti tutte le altre intimità, per sorridere dell’imbarazzo creato da un ricordo o semplicemente per condividere un silenzio.

Gli armadi hanno accolto emozioni.

Non immaginavamo che il risultato della mostra potesse essere anche questo; non immaginavamo che l’apertura delle ante potesse creare questa condivisione e questa empatia.

E se ci siamo riusciti, grazie!

Grazie agli artisti che negli armadi e nella Casa ci sono entrati davvero.

Grazie ai tanti visitatori che hanno condiviso le loro emozioni, tra un bicchiere di vino e qualche parola.

Grazie a chi ha comperato i biglietti della lotteria d’artista, che ha permesso la realizzazione di questo progetto e ha gettato le basi per un’arte partecipata, vera!

E grazie a chi riesce ad immaginare l’arte contemporanea come un momento di condivisione, senza particolari ansie da prestazione ma con il gusto, ancora, di credere nella relazioni, nelle parole, nella voglia di empatia e, perché no, anche con il desiderio di raccontarsi qualche intimo ricordo.

 

Andrea Zanetti

I Wish Monteverdi: il racconto

 

 

 

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La sala della parrocchia di Monteverdi Marittimo profuma di sacro.

Ma è quella sacralità che prescinde dalle immagini dei santi alle pareti; è la sacralità della condivisione, del luogo che si apre al paese in tutte le sue forme e per tutte le sue esigenze.

I festoni di qualche compleanno passato si mescolano ai cartelli delle catechiste, nel profumo insistente di una cucina che ospita cene sociali, meditazione o semplici incontri di comunità.

Questa è la sede che il Comune di Monteverdi ci ha assegnato per il progetto I Wish.

E noi tre, io, il fotografo Stefano Lanzardo e lo scultore Francesco Siani, ci entriamo in punta di piedi; vuoi per quella naturale propensione alla delicatezza che qualsiasi luogo in odore di sacralità emana, vuoi perché non abbiamo ancora ben chiaro cosa fare.

Stiamo partecipando a Pop Up Lab, un progetto di rigenerazione urbana che “occupa” i centri storici dei paesi per dare nuova vita ai fondi commerciali sfitti attraverso le idee e le intuizioni di nuovi progetti creativi e imprenditoriali.

Noi, in realtà, ci occupiamo della parte artistica, di quel contorno che serve a creare il legame tra il progetto e il paese che ci ospita; che serve ad allungare lo sguardo oltre i confini di queste giornate, a offrire qualche spunto di riflessione o semplicemente un sorriso.

E a Monteverdi ci siamo arrivati con una scommessa: non allestiamo una mostra ma proviamo a realizzare una performance, un laboratorio, un’azione di empatia con i cittadini…insomma, non sappiamo bene nemmeno noi cosa.

Il nostro progetto si chiama I Wish Monteverdi.

 

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Mutuando una precedente esperienza di Stefano Lanzardo in un centro sociale in Norvegia, chiederemo a tutti i cittadini di Monteverdi, e non solo, di scrivere il loro wish- desiderio, su una lavagnetta e di farsi ritrarre da Stefano in una “sala posa” appositamente realizzata da Francesco Siani.

Nella sala della parrocchia, a questo punto, si materializza un guard rail che diventa la nostra seduta per le fotografie ai cittadini ma anche il simbolo di un viaggio per e verso qualcosa; il desiderio di fermare anche solo per un istante il tempo della nostra continua corsa e assaporare il gusto dell’attesa, esprimendo un desiderio recondito per sé o per gli altri scrivendolo sulla lavagnetta di plastica.

Come quei cartelli impugnati dagli autostoppisti, la lavagnetta diventa la meta interiore che vorremmo raggiungere; la destinazione ideale di un viaggio, di una traversata o di una semplice sosta.

Il set adesso è pronto; il guard rail che Siani ha pensato per la scena fa quasi sorridere rispetto al contesto che lo circonda ma garantisce uno stacco profondo dalla realtà che, assieme alle luci di Lanzardo, aiuta a creare un piccolo spazio di magia, un rifugio ironico fuori dal tempo.

Adesso che succede?

 

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Succede che dopo le prime fotografie scattate in un clima di gioco e divertimento, il paese trova in quello spazio la propria dimensione di intimità.

E nell’insieme di queste intimità, trova la sua dimensione di comunità.

Difficile spiegare la magia che si è consumata nelle ore successive; difficile raccontare la quantità di emozioni, parole, sorrisi e lacrime che hanno attraversato quel set fotografico.

Difficile perché ci ha colti impreparati e tutta l’energia che ha attraversato quella stanza ci ha travolti tutti, in troppo poco tempo.

La sequenza continua di paesani che si avvicinano al tavolo per scrivere il loro desiderio sulla lavagna, curvando la schiena e gli occhi come a proteggere un’intimità troppo importante per essere svelata e un attimo dopo aprire lo sguardo e il loro desiderio all’obbiettivo di Stefano, per poi seguire la mia mano che appende la loro foto al muro, a sincerarsi della posizione e della efficacia della foto stessa, è un immagine che non riesco a spiegare.

Meglio, andrebbe analizzata con strumenti che non ho.

E arrivano in tanti a farsi fotografare!

Attraversano la stanza con la curiosità distratta di chi vuole mantenere le distanze e poi, una volta posato il pennarello nero che ha impresso il loro desiderio, iniziano a raccontarsi.

Sono racconti veri di una comunità vera; di sofferenze, indecisioni e speranze in una contemporaneità che ci sfugge.

I sorrisi e le lacrime di un tempo che sembra non appartenerci; la passione e la grinta di chi questo tempo vuole morderlo ancora.

Sono debolezza, impeti di gioia, forza.

Sono racconti che sgorgano dagli occhi della vita e del quotidiano e che non si consumano nel volto ritratto nella fotografia; perché in quel momento le fotografie hanno davvero un’anima!

Hanno l’anima delle parole che ci stanno raccontando, la freschezza e lo stupore di frasi che sembrano nuove; l’anima del riconoscersi come singoli e del ritrovarsi come comunità, attraverso i desideri e le parole degli altri.

 

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Questo è accaduto a Monteverdi: un set fotografico che è diventato scontro emozionale, incontro di desideri, empatia.

Un flusso continuo di energia che ci ha travolti, per materializzarsi nelle foto appese sul muro della sala parrocchiale; volti, occhi e tratti di pennarello che raccontano emozioni, che esplodono di colori interiori nella forza comunicativa che solo un volto consapevole riesce a trasmettere.

E poi, il rito del giorno dopo.

Tutti i cittadini ritratti, sono venuti a prendersi la loro fotografia e a conservare nella materialità della carta fotografica il loro desiderio, appendendolo magari nella penombra della loro stanza o condividendolo, di mano in mano, con qualche amico o familiare.

Le fotografie da singolo scatto sono diventate il racconto collettivo di un gruppo, l’insieme di sentimenti intimi che si riconoscono tra loro.

Quel set, forse, ha mantenuto il profumo di sacro della saletta della parrocchia; quel set è stato un confessionale laico per tutti noi, un momento di magica intimità condivisa.

Non credo di aver reso fino in fondo l’idea di quello che è successo a Monteverdi ma sono certo che questa esperienza ha dato qualcosa; e se ha fatto bene allo spirito, al cuore o alla pancia, mi interessa poco.

Mi interessano di più gli occhi commossi di Carlo, l’assessore che più di altri ha seguito questo progetto, che incontrando la nostra commozione hanno sorriso alla magia che un paese era riuscito a creare.

Per sé e per gli altri!

 

 

Andrea Zanetti

 

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I Wish Monteverdi

I WISH MONTEVERDI
Da un’idea di Stefano Lanzardo
A cura di Andrea Zanetti

Sabato 16 maggio, Monteverdi Marittimo (Pi).
(Tutti gli abitanti di Monteverdi e non, sono invitati a “posare” per Stefano Lanzardo e ad esprimere il loro desiderio negli orari 10:30-12:30; 15:30-18:30)

 

(le fotografie nell’articolo si riferiscono al primo progetto “I wish” realizzato nel Centro Sociale di Fredrikstad-Norvegia nell’ambito del Festival dello Studium Actoris)

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I Wish Monteverdi non è una mostra, non è un’istallazione, non è una perfomance: sono tutte queste cose assieme e sono il racconto di una comunità.
La fotografia e l’arte di Stefano Lanzardo, raccontano da anni le storie di luoghi, le persone e i corpi che li animano, il respiro nascosto di vite e momenti che si consumano in uno scatto a diventare racconto, fuori dal tempo.
E’, quello di Lanzardo, uno storytelling in continua evoluzione che dai corpi entra nell’anima, nella parte oscura o in luce dei desideri, delle vittorie e delle sconfitte; un insieme di immagini che diventa popolo e memoria, senza il bisogno di parole.
Lo diventa grazie alla forza espressiva che soltanto alcune fotografie riescono a regalare; quella forza che scava nell’intimità per diventare corpo, fisicità, immagine.

 

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Attraverso una location che identifica il viaggio, come punto di partenza o di arrivo, e che si concretizza in un guard rail, Lanzardo chiede alle persone di sedersi qualche minuto sul quel guard rail e li invita a intraprendere un viaggio attraverso i loro desideri, le loro aspettative, le paure più nascoste; e gli chiede di farlo vivendo quel momento in un punto preciso: le latitudini e le longitudini di Monteverdi, appunto.
Adesso.
Poi chiede loro di alzare lo sguardo e di guardare oltre, in alto, verso quell’indefinito punto che raccoglie le intimità, i pensieri e le riflessioni; gli chiede di scriverle quelle riflessioni, di fermare su un cartone con un pennarello il loro desiderio e di farlo diventare patrimonio pubblico attraverso l’occhio privato di uno scatto fotografico.
I Wish Monteverdi diventa, così, la stanza privata di ognuno di noi, la comunità che si incontra nell’ esternazione dei propri desideri; è il viaggio che non parte o quello che è già finito, il senso del passato e la forza del futuro.
I Wish Monteverdi è incontro di sensibilità: quelle interiori che faticano ad uscire e quelle dell’arte che, a volte, ha la forza per farle emergere.

 

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Scatti fotografici di Stefano Lanzardo
Stefano Lanzardo (La Spezia, 1960). Fotografo dal 1978, diventa professionista nel 1985.
È stato a lungo fotografo itinerante di teatro, collaborando stabilmente con numerosi gruppi italiani e scandinavi. Nel 2010 si è unito alla “Tomaino Factory”, associazione di artisti contemporanei molto attiva sul territorio. La ricerca artistica, iniziata parallelamente all’attività professionale, si è incentrata prevalentemente sull’esplorazione del corpo umano, anche nella sua relazione con la natura, dando vita ad una serie di mostre personali esposte in Italia e soprattutto all’estero come “Need a body cry”, “Scolpire il Tempo” e “Rock Carving” (Australia, Svezia, Norvegia, Francia). Tra le mostre più recenti “#community” e “L’anima del Marmo”.
Come video artista ha realizzato numerose installazioni, tra le quali spiccano quelle generate dalla lunga collaborazione con la coreografa Elisabetta Vittoni.

 

Istallazione scenica di Francesco Siani
Francesco Siani ( Bellosguardo, SA, 1955) si laurea in scultura all’Accademia di Belle Arti di Carrara da dove inizia una poliedrica attività artistica. Partecipa a numerosi Simposi di Scultura, fiere d’arte, mostre personali e collettive. Le sue opere si trovano in diverse collezioni pubbliche e private in Italia e all’estero. Nel 2002 è chiamato dalla RAI per la realizzazione di un opera monumentale a favore di Telethon. Tra le attività più recenti la mostra personale a Palazzo Ducale (Massa) nel 2011, nel 2012 l’evento-performance “Speranza”, nel 2013 la perfomance “Mi rifiuto” e “Pazzamente” al Castello Malaspina di Massa nel 2014. Ha partecipato alle mostre “#community” a Castelfranco di Sotto, Empoli, Campi Bisenzio e Quarrata.